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Premio Letterario Tropea

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NEWS

PREMIO TROPEA 2010: LA RASSEGNA STAMPA

INCONTRATI AL PREMIO TROPEA Cinque domande di Cristina Marra al vincitore della quarta edizione, Mattia Signorini     Qual è stato l’input che ti ha sollecitato a scrivere “La sinfonia del tempo breve”? “I miei libri nascono da piccole “ossessioni”, da riflessioni. Prima di scrivere questo romanzo pensavo continuamente alla tristezza che mi dà vedere spesso la gente che non si interroga più, che non è più aperta al nuovo che arriva. Sono scioccato dal fatto di non vedere i bambini che giocano in cortile come facevo io da piccolo e mi chiedo dove siano finiti. Tutto questo mi fa paura perché è sintomo di inaridimento. Ecco il mio libro è una reazione a tutto questo”. Green, il nome di un colore per il tuo protagonista.Perché questa scelta? “L’ho chiamato Green, verde, perché è il colore che simboleggia la natura. Verde è anche la speranza di riuscire a realizzare qualcosa ed è la caratteristica del Novecento, un secolo che ci ha dato molto e che secondo me stiamo usando male”. Qual è la caratteristica di Green Talbot? “La curiosità. Green affronta il mondo con la curiosità e la sua caratteristica di ascoltare le persone nasce dalla sua curiosità. Green non è né coraggioso né avventuroso è solo curioso. Green era diverso dagli altri abitanti di Tranquillity e non era quindi collocabile in nessuna categoria.” L’isola delle bottiglie perdute é un luogo di raccolta delle parole non dette, dei messaggi non pervenuti al destinatario. “Si. Sin da bambino mi sono sempre domandato dove andassero a finire le famose bottiglie contenenti messaggi di vario tipo e mi sono immaginato un’isola che le contenesse, un luogo di raccolta di questi messaggi non arrivati. Mi piaceva anche l’idea che se queste parole non arrivavano ci fosse qualcuno di importante a custodirle per dare loro importanza e così è nato il personaggio di Farinata, una sorta di senso della giustizia per chi non ha avuto la possibilità di far arrivare a destinazione un suo pensiero”. Il tuo personaggio corre e “cavalca” luoghi e tempo. Dove risiede per Green il senso della vita? “ Talbot viaggia e scopre ma per lui ciò che è importante non è il percorso, sono le fermate”.    

La curiosità Green Talbot sostenuto da Greenpeace. Il protagonista di un libro di successo raccontato su carta amica vince la 4a edizione del Premio Tropea.    di Carmen Putruele          TROPEA(VV)- Col trionfo inaspettato di Mattia Signorini, nel Premio Letterario Nazionale Tropea, il secondo posto di Gad Lerner e il terzo di Alicia Giménez -Bartlett, “il libro”, costellato dalle giurie dei votanti, è stato celebrato per il quarto anno consecutivo, a conferma del team eccezionale assemblato dall’associazione “Accademia degli affaticati”. Di fronte ai nomi importanti, sopra citati, è indubbiamente una liquidazione sorprendente! Signorini è uno scrittore trentenne,  laureato in Scienze della Comunicazione, vispo come un grillo, indipendente, con un grande senso della giustizia, sta bene con gli altri e ha successo in società, di una galanteria vecchio stile, calmo , amante della pace e della natura, ha una grande gioia di vivere. Appare così nella nostra intervista. Dopo tre serate eccitanti, scandite da appuntamenti con ospiti di rilievo, musica, libri, interviste e novità, in questa nostra calda estate del 2010, ha vinto il bestseller: “La sinfonia del tempo breve- La storia di una vita che è tutte le vite” (ed. Salani); un tuffo nella curiosità, nell’avventura. In effetti questo libro, sin dal titolo, fa riferimento alla condizione umana di Green Talbot ( personaggio -protagonista), nato dalla fantasia di Signorini, in Inghilterra nel 1919.”[…] Un grosso pregio di Green Talbot, perlopiù sconosciuto alla maggior parte degli abitanti del mondo, era la curiosità[…]”. (Pag. 66 del libro). Lo scrittore introduce Green, 71 anni, che sta morendo, in un letto di ospedale, nel nord dell’Italia, e ha appena finito di raccontare la sua storia, al proprio medico. Nel capitolo 2, invece, sono narrate le vicende di Green, prima e dopo la sua nascita. Poi, la giovinezza tormentata da avversità: ha fatto la guerra, ha rischiato la vita, ma ha girato il mondo. Ha incontrato persone buone e cattive, amicizia e amore che hanno reso questo libro ricco di movimento. Green Talbot, non è solo lo specchio nel mondo sociale del Novecento, ma anche della società intesa in senso assoluto, cioè in quelle che sono le umane necessità e l’umana nobiltà, nell’implacabile avanzare del tempo. ”[…] La cosa peggiore che può capitare a un uomo è di morire in un ospedale- disse una volta, molto tempo prima[…]” Green.(Pag.5 del libro citato). L’intento, del talentuoso Signorini, entusiasta del suo personaggio, è di raccontare al lettore: come è possibile che l’uomo Green, con una vita incredibile alle spalle, si trova a dover morire come tante altre persone!? Ebbene, grazie alla curiosità, all’amore per la vita, alla capacità di vedere, di ascoltare il mondo, anche se in un ospedale, riesce a morire, in un modo diverso. “[…]la stanza di Green Talbot… il letto vuoto e la finestra spalancata… sul retro … un grande prato verde che stava nascendo… . In fondo, … il corpo di un uomo, raggomitolato su se stesso, che sembrava dormisse, sull’erba.” Scrive Signorini, e chiude con questi toni “ La sinfonia…”, di un romanzo, che tutti possono leggere. Il giovane scrittore ha raccontato che dai libri è rimasto attratto, innamorato perdutamente, sin da bambino.  ”Avevo tre anni -me lo raccontano i miei genitori- e ogni volta che vedevo la gigantesca biblioteca personale di uno zio, a Rovigo (città natale), rimanevo incantato”. “Ho imparato a leggere molto presto, perché, quando non capivo le parole mi arrabbiavo”. ”La mia non è una passione per la letteratura -dichiara- in fondo ho sempre manifestato interesse per il mondo, il cinema, la musica, gli animali, le persone. E il modo di esprimere, agli altri, questa curiosità, si è incanalato nei libri, che, servono per aprire una finestra e guardare quello che c’è fuori”. L’autore, appare determinato nella volontà di adottare “ogni forma di avvicinamento all’altro”, “cosa che non facciamo continuamente- chiosa Signorini- e ciò sta disgregando la nostra società”. Ci vuole più dialogo e capacità di esprimersi e di ascoltare, per non rimanere chiusi nella prigionia dell’esistenza. Avvicinarsi alle buone letture diventa quindi indispensabile. Curiosamente, prima di consegnare il suo stravagante genio alla stampa, lo scrittore, ha pensato di contattare Greenpeace, uno dei più grandi movimenti ambientalisti del mondo, con lo scopo di pubblicare libri su carta riciclata, amica della natura; impresa difficile in Italia, riuscita molto bene in Austria, che ha rifornito il proprio editore, Salani. ”Da piccolo -rivela l’autore- parlavo con gli alberi, li abbracciavo, per me erano vivi. Conservo, sempre, una forte passione per la natura”. Una passionalità che sa trasformare in coinvolgimento, visto il successo, in termini di vendita, anche, del suo libro precedente, dal titolo “Lontano da ogni cosa”, in cui il protagonista è un pittore che disegna solo alberi. “L’iniziativa -dice- vuole mandare un piccolo segnale, in attesa di ulteriori segnali, di tante altre persone”. Sono aiuti importanti per salvare l’ambiente. Alla domanda: ”è vero che leggere e/o scrivere cambia la vita?” Risponde: “Si, ma solo se noi siamo pronti a cambiare. Un albero non nasce da solo, ci deve essere il seme sotto la terra”. Concludiamo: Mattia Signorini, qual è il tuo libro preferito? Voglio dire: quello che ti ricorda un momento importante della tua vita”. “ Sono due- ammette- “Il maestro e Margherita” del medico-scrittore russo, Michail Bulgakov (1891-1940) e “Il Piccolo Principe” dell’aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944). Entrambi in modi diversi mi hanno raccontato il mondo, me lo hanno aperto e svelato”!          

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Presentato a Tropea l’ultimo libro di Isabella Bossi Fedrigotti, “Il primo figlio” edito da Rizzoli

Teresa, Maria, Sofia: così lontane, così vicine

     

All’iniziativa dell’Accademia degli Affaticati, presente l’Autrice, hanno aderito tre associazioni femminili: la Fidapa, l’Inner Wheel, Donne per le Donne, rappresentate da Maria Zuccalà, Romania Marzolo Larìa, Maria Cecilia Tagliabue. Ciascuna di loro, insieme con Caterina Ostone dell’Accademia degli Affaticati, ha tratteggiato uno dei personaggi del romanzo. Vittoria Saccà, presidente della Consulta delle Associazioni del Territorio di Tropea, ha presentato Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice, giornalista, presidente del Comitato tecnico-scientifico del “Premio Tropea Nazionale Letterario”. Pubblichiamo di seguito l’intervento svolto da Maria Cecilia Tagliabue, a conclusione dell’incontro, coordinato da Pasqualino Pandullo, che si è svolto presso la Sala del Museo Diocesano.

       

di Maria Cecilia Tagliabue

           

Nel suo ultimo libro “Il primo figlio” (Rizzoli), Isabella Bossi Fedrigotti ha narrato, con una maestria degna dei naturalisti francesi alla Maupassant e alla Zola, una disperata storia centrata sull’incapacità delle protagoniste di comunicare i propri sentimenti, da cui consegue un’impossibilità a essere libere e responsabili della loro stessa vita. L’autrice è molto brava, stilisticamente parlando, a delineare questo mondo tutto rivolto verso l’interno (i discorsi diretti sono pochissimi, mentre si susseguono i monologhi interiori), da cui la voce narrante prende le dovute distanze, con lo scopo di esprimere come la vita delle tre protagoniste scivoli via senza che esse possano incidere davvero sullo scorrere della stessa. Infatti non riuscire a rendere esplicito il loro sentire, comporta, per Teresa, Maria e Sofia, un essere al mondo senza avere una direzione, senza avere una possibilità di scelta, prigioniere delle etichette e degli schemi imposti loro fin dall’infanzia. Soprattutto Teresa e Sofia, trascineranno nell’arco di tutta la loro vita il peso terrificante di un’ infanzia vissuta in una quasi totale aridità affettiva genitoriale e relazionale. Teresa è convinta che l’ordine, l’obbedienza e lo svolgere bene i compiti impartiti dagli altri siano il massimo cui lei possa aspirare. Sofia invece tenterà solo debolmente e forse senza troppa convinzione a scollarsi di dosso l’etichetta di “incapace, immatura e inadeguata” che il padre le ha cucito addosso. Ed è per questo che entrambe, nonostante il ceto sociale diversissimo, sono unite dall’obbligo di comportarsi come gli altri si aspettano che facciano. Solo Maria si discosta leggermente dalle altre due: Maria, forse grazie alla sua cultura finissima, all’amore per il bello e ad una maggiore consapevolezza di sé, è l’unica che riesce a fare delle scelte precise che, se non la salvano da un destino di solitudine, ne salvaguardano la dignità di persona e la delicatezza dei sentimenti. Maria è l’unica che invecchiando mantiene il suo tenero aspetto da bambina, mentre le altre due avvizziscono: nell’aridità interiore Teresa e nella smodata golosità ( triste compensazione alla mancanza di affetto) Sofia. Ci sarà un momento nella loro esistenza che le tre donne così diverse e così simili si incontreranno dopo episodi cruciali che le segneranno profondamente: Teresa ha dovuto abbandonare il figlio nato da una violenza, costretta a negare al mondo e a sé stessa la sua maternità. Maria si strappa dal cuore l’amore per il suo datore di lavoro dopo aver sognato di essere la madre del bimbo di cui è solo la bambinaia, e Sofia si colpevolizza per la meningite che ha ucciso il suo primogenito a pochi mesi di vita. Sofia, padrona di casa e madre inadeguata, troverà in Teresa una collaboratrice domestica perfetta e in Maria la bambinaia adatta a trasmettere calore e amore ai suoi figli. Eppure, pur nel riconoscimento reciproco e nella comprensione che le unisce per qualche tempo ancora una volte esse non riusciranno a verbalizzare il loro sentire: non una parola esse si confideranno delle loro pene più intime, dei loro desideri più segreti, e alla fine, quando le loro strade si separeranno, nessuna di loro avrà mai gustato, anche per un breve istante, una vera, consolatoria e catartica intimità con l’altra. Questa incapacità a instaurare rapporti autentici e profondi, non è imputabile solo ad una particolarità caratteriale e personale delle tre protagoniste: l’autrice infatti delinea intorno ad esse tutto un mondo incapace di comunicare, di chiamare i fatti con il loro vero nome. Un mondo buio e congelato dove a nessuno è dato sapere che fine hanno fatto più di novanta persone malate di mente scomparse all’improvviso, dove la morte di un bambino viene definita “il fatto” , la violenza carnale “ quella cosa”, dove un marito può al massimo dire alla propria moglie che “ gli è molto cara”, e dove essere cristiani coincide nel comportarsi come il peggiore fariseo. Solo Maria riceverà il dono prezioso, di cui si nutrirà per sempre, di sentirsi definire con sincerità dall’uomo che ama senza speranza: “l’anima della sua casa”. Di fronte a questa incomunicabilità, a questa ipocrisia che incrosta e impedisce l’autenticità dei sentimenti e la coerenza tra dire e fare, di fronte alle omissioni e ai non detto, mi sono aggrappata al sollievo di poter affermare che queste cose ormai non succedono più, che quello descritto da Isabella è un mondo lontano e ormai superato, in cui su tutto e tutti pesava anche il dramma delle guerre mondiali. Ma poi mi sono venute alla mente come piccoli lampi insistenti e fastidiosi, immagini presenti, ricordi vicinissimi: per esempio gli occhi desolati della bellissima ragazza dell’est che fa la Baby sitter a una mia conoscente, la sua postura sempre chiusa come a difesa. Che cosa nasconde nel suo silenzio? Un bambino lasciato lontano per necessità? Una triste e squallida storia di violenza e orrore quotidiani? E cosa celano le donne musulmane velate a cui è negata persino la possibilità di comunicare con il corpo? Una scelta consapevole o una coercizione continua nella convinzione martellata a forza nei loro cervelli di essere nate niente, di vivere come un niente, e di morire senza niente? E siamo davvero sicuri che le donne Manager ( mi viene in mente la strepitosa Meryl Streep del “Diavolo veste Prada”) che hanno tutto, che si permettono tutto siano persone complete, dove per completezza intendo l’appagamento affettivo? E no, Teresa, Maria e Sofia sono drammaticamente vicine! E allora, non potendomi più consolare con la distanza temporale mi sono chiesta come è possibile ascoltare la disincantata denuncia di Isabella in cui ci ha magistralmente mostrato a quale abisso di desolata solitudine porta la mancanza di relazioni nutritive capaci di valorizzare e promuovere il cambiamento e la crescita. Sta a noi allora, dopo che Isabella ci ha detto come non bisogna essere, sapere con precisione ciò che bisognerebbe essere in modo da poter forse incidere non solo sulla nostra vita ma anche indirettamente e senza che per forza noi lo sappiamo su quella di qualcun altro. Dovremmo essere padri e madri amorevoli e presenti, che amino i figli non solo con le azioni ma anche con le parole. Dovremmo essere mogli e mariti amati e che amano a loro volta, non solo con i fatti ma anche con le parole. Dovremmo chiamare le cose con il loro nome perché tutto quello che facciamo e che pensiamo esista non solo per noi, ma anche per gli altri, e perché il nostro mondo sia chiaro, caldo, e accogliente. Dovremmo poter dare, quando ci guardiamo indietro, un senso a tutto quello che ci è successo di buono e di meno buono, perché dovremmo amare tutto della nostra vita per il solo fatto che è nostra. Dovremmo poter dare, quando guardiamo avanti, un senso a tutto quello che avverrà nella convinzione che tante cose succederanno senza che possiamo farci nulla, ma che tante altre saranno nelle nostre mani e nel nostro cuore e in quei momenti dovremmo esserci nella nostra completezza. E dovremmo comunque poter credere che ci sia un bene superiore e trascendente che ama tutto di ognuno di noi e che ci ha messo al mondo sapendo di mettere al mondo un essere prezioso, unico e irripetibile. Grazie Isabella perché leggere il tuo bellissimo libro mi ha consentito di esprimervi stasera, ad alta voce, quello che già pensavo da tanto.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 28 novembre 2008 )
 
NEL MAGMA DELLE PICCOLE INIZIATIVE, LA QUALITA’ SPICCA IN POCHI PROGETTI IMPORTANTI

UN DOCUMENTATO ARTICOLO DI ISABELLA MARCHIOLO, PUBBLICATO DA IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA NELLE PAGINE "IDEE E SOCIETA' " DEL 12 OTTOBRE 2008 (PAG. 57), CITA IL PREMIO TROPEA TRA LE INIZIATIVE DI QUALITA' PRODOTTE NEL SETTORE LETTERARIO ED OFFRE UN CONTRIBUTO INEDITO QUANTO STIMOLANTE AL DIBATTITO SUL RUOLO DI SIMILI MANIFESTAZIONI CULTURALI. LO RIPORTIAMO INTEGRALMENTE, INSIEME CON LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELL' ACCADEMIA DEGLI AFFATICATI, OSPITATA DALLO STESSO QUOTIDIANO IL 22 OTTOBRE 2008 A PAGINA 54.

Meno premi, più ospiti e fiuto da talent scout

di ISABELLA MARCHIOLO

C’era una volta il Premio Sila, che nel ’49 fu il pioniere dei concorsi letterari meridionali. Dietro e intorno, la Calabria ha un gruppo di manifestazioni collaudate e una miriade di piccoli e fantasiosi premi letterari o così sedicenti. Che, questi ultimi, non citeremo senza peccare di incompletezza, perché, se l’obiettivo è ragionare criticamente sulle rassegne calabresi, non ce ne vogliano gli esclusi. Come premessa basterà ricordare che quasi ogni località ha il suo premio di poesia o scrittura varia, quando va bene legati ad iniziative sociali o di puro intrattenimento (per lo più privo di qualità), quando va male subordinati alla deprecabile pratica dell’iscrizione a pagamento dell’autore. Pochi, dunque, i progetti da menzionare e salvare. E stavolta non possiamo evitare di fare sempre gli stessi nomi. Ad esempio l’impegno del circolo reggino Rhegium Julii, soprattutto con il premio “Fortunato Seminara” destinato alle opere prime. Poi il premio Corrado Alvaro, promosso dall’attiva Fondazione di San Luca e, soprattutto, capace di apparire sui media nazionali, effetto non da poco in una terra su cui pesa la disonorevole nomea del crimine; e il premio Città di Siderno. In condivisione tra Ricadi e la veneta Mogliano c’è poi il Premio Berto, manifestazione veterana con le sue venti edizioni. Storico anche il Premio Crotone, nato per la critica letteraria, che annovera tra i suoi vincitori Pasolini, Ungaretti, Sciascia, Magris e Maraini. Infine, il giovane ma già ben instradato Premio città di Tropea, ideato dall’Accademia degli Affaticati. E da qui, scardinando le gerarchie di anzianità, dobbiamo partire per un’analisi ragionata su una reale utilità e fruibilità culturale dei premi letterari calabresi. Il Tropea, appena due anni di vita, sembra aver sperimentato la formula giusta per garantire continuità e prospettiva al progetto. Ovvero, ospiti noti e platea di rimbalzo per i nostri editori e autori, insieme alla bella proposta popolare della giuria composta dai sindaci calabresi. Anche la manifestazione dell’Accademia degli Affaticati non è però immune da alcuni difetti di orientamento. Innanzitutto la condizione quasi obbligatoria del “premio”, come se non si potesse (vedi Mantova) scindere un simposio letterario in sé dalla gara tra scrittori. In questo senso il Rhegium Julii si esonera grazie alla lunga esperienza dei caffè letterari, che, volendo e riuscendo a prevedere un’organizzazione più capillare, potrebbero pienamente assurgere alla dignità di festival. Va da sé che gli autori invitati ai festival percepiscono un compenso, ma detto così suona quasi brutale. E sembra pure poco letterariamente ideologico, quasi i romanzieri (e anche i registi, gli artisti, eccetera) non avessero un mestiere. Anche per questo le iniziative sono quasi tutte ad ingresso libero, a differenza, per esempio, dei festival musicali e teatrali, che, però, suscitano un appeal differente. Vale a dire che non c’è best seller che tenga: in Calabria chi pagherebbe per ascoltare uno scrittore che presenta il suo libro? In compenso, in molti casi le rassegne letterarie possono contare su un più consistente sostegno degli enti, e il concetto di “premio” giustifica anche cifre francamente eccessive per una regione come la Calabria, soprattutto se attribuite a scrittori di best-seller per i quali i nostri festival non fanno più neanche curriculum. Ed ecco l’altro nodo: il “Fortunato Seminara” premia Paolo Giordano (in finale anche al “Berto”), i vincitori delle prime due edizioni del “Tropea” sono stati Saviano e Carofiglio, nell’albo del “Siderno” c’è un abituale frequentatore delle nostre rassegne come Carmine Abate. Pensiamo che in un festival culturale a fare la differenza siano le produzioni originali. Bene, quindi, “usare” il traino del personaggio superesposto per attirare il pubblico, ma più utile a far emergere i premi letterari calabresi dal calderone delle iniziative sommerse, sarebbe un ruolo di pigmalioni. Con il coraggio di cercare con più autonomia nei cataloghi e discostarsi dai soliti nomi con scelte meno popolari e l’obiettivo (chiamiamolo anche missione culturale) di sdoganare qualcosa di diverso dal “moccismo” dilagante nella nostra narrativa contemporanea. Utopia? Autori che passano da qui e poi, per questo, finiscono sulla stampa nazionale. Esordienti che in Calabria si confrontano e trovano un editore per l’opera seconda. Scrittori famosi testimonial di sconosciuti di talento. Il sogno, poi, è un grande straniero. Sono in uscita i nuovi libri di Paulo Coelo e Michel Houellebecq, gli organizzatori dei festival calabresi mettano a buon frutto i rapporti costruiti con le case editrici nazionali ripetutamente premiate dalle nostre parti per portarci la parola di un outsider. Onorario permettendo, s’intende. Ma già, parlavamo di sogni…

L’INTERVENTO

Premi letterari, tanti costi e lavoro per un “nonsense” ricco di significati

di PASQUALINO PANDULLO *

Può ripagare, da solo, di tante fatiche spese per il “Premio Tropea”, un articolo come quello scritto da Isabella Marchiolo su “il Quotidiano” domenica 12 ottobre 2008 (“Meno premi, più ospiti e fiuto da talent scout”). Finalmente un’analisi attenta, che affranca il fragile mondo degli eventi culturali in Calabria dall’autoreferenzialità inutile cui sembrava condannato. E che induce ad ulteriori riflessioni, utili non solo a quanti altri, su un terreno così scivoloso, assumono in prima persona il carico gravoso dei rischi e delle disillusioni, ma anche a chi, dal mondo della politica, dell’imprenditoria e della stessa editoria, dovrebbe sentirsi chiamato in causa come interlocutore ineludibile di simili iniziative. Il “Premio Tropea Letterario Nazionale” nasce dall’intento di colmare un vuoto, inserendo una pregiata occasione culturale nell’offerta della più importante località turistica calabrese. Era anche, indefinitamente, il sogno di Raf Vallone, che non fece alcunché per dargli corpo. Sono poi maturati altri due presupposti ideali, a fare da fondamento al Premio Tropea. Il primo è di carattere morale, e consiste nella convinzione che alla nostra regione non servono più (non sono mai serviti) analisti bravi soprattutto ad additare colpe e responsabilità altrui, ma serve il contributo di gente disposta a rimboccarsi le maniche, mettendoci la faccia e sporcandosi le mani per trasformare un’intuizione in un risultato concreto. Sulla base almeno di un’ affinità elettiva, certo. Se possibile, anche di una passione e di un talento. L’altro presupposto è di tenore culturale e, inopinatamente, l’abbiamo poi incrociato nelle parole di un certo Amos Oz: “Non ce ne facciamo più nulla della letteratura da piagnistei, (…) ora qui nella nostra terra abbiamo bisogno di una letteratura i cui protagonisti siano personaggi maschili e femminili attivi e non passivi, donne e uomini che non siano stereotipi di maniera ma persone in carne e ossa, dotati di istinti forti e debolezze tragiche”. Questo è l’humus dal quale nasce il Premio Tropea. Fatto per incontrare scrittori, giornalisti, intellettuali che, abitualmente, non si avrebbe l’occasione d’incontrare per tre giorni di seguito nelle dolci serate di luglio. Fatto senza le ridondanze dello show business. Senza i clamori degli altoparlanti sparati a mille. Giocato sul gusto della parola. In una località e in una stagione che propiziano per chiunque il piacere di arrivare fin qui. La formula. “La cattedrale di Notre-Dame – diceva Jean Guitton – è un partito preso da una volontà che ha scelto tra un grande numero di soluzioni egualmente possibili”. Noi, abbiamo composto una giuria tecnico scientifica guidata dalla scrittrice e giornalista Isabella Bossi Fedrigotti e formata dai Rettori delle università calabresi; dal maggiore esperto italiano di editoria, Giuliano Vigini; dal Garante delle Comunicazioni, Corrado Calabrò; da intellettuali come Mario Caligiuri e Pierfranco Bruni; da Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese; da tre rappresentanti dell’associazione promotrice, l’Accademia degli Affaticati. Nella rosa di tre finalisti selezionati dalla giuria, abbiamo immaginato di far scegliere poi il vincitore assoluto a tutti e 409 i sindaci calabresi, affiancati da una giuria popolare della quale fanno parte, anche, studenti delle superiori. Questa combinazione, da un lato ci ha permesso – almeno finora - di realizzare una delle più vaste ed emblematiche campagne per la diffusione della lettura mai ideate in Italia; dall’altro, ci ha regalato delle soddisfazioni per così dire “tecniche” alle quali, alla vigilia, non avremmo osato neanche pensare. Non sarà sfuggito ai nostri osservatori, ad esempio, che Mariolina Venezia, scrittrice lucana sconosciuta fino ad allora al grande pubblico, selezionata nella terna dell’edizione 2007 del Tropea e arrivata seconda dopo Roberto Saviano col romanzo “Mille anni che sto qui”, due mesi dopo con la stessa opera è andata a vincere nientemeno che il Premio Campiello. Né, peraltro, toccherà a noi ricordare che se Roberto Saviano - protagonista del caso letterario più eclatante degli ultimi decenni - è stato in Calabria a parlare davanti ad una platea di ottocento persone, lo si deve al Premio Tropea. Né è superfluo accennare all’allure parigina di un’autrice come Ornela Vorpsi, di cui, credo, torneremo a sentir parlare. E’ rintracciabile dunque, dopo appena due anni di vita del Premio Tropea, anche quella vocazione alla scoperta di talenti. Un premio dove autori ed editori calabresi conoscono i grandi. Dove certo vedrei benissimo scrittori stranieri come Coelho, Houllebecq, Pennac (due anni fa proposi alla giuria un libro del Nobel Orhan Pamuk, l’anno scorso di Muriel Barbery: impossibile averli di persona). Dove vedrei benissimo sindaci come Boris Johnson, artisti come Roberto Benigni, politici come Ingrid Betancourt. Sogno? Si, ma la storia, in fondo, è fatta dai sognatori. Il format del Premio, lo diciamo spesso, è solo un pretesto. Che col suo meccanismo, e, soprattutto nel nostro caso, con il suo coinvolgimento che si traduce in audience, conferisce smalto e mordente all’ obiettivo centrale, che è quello dell’incontro. Un compito di confezionatura che la veste del Premio svolge, non solo al Tropea, ma ovunque. Bella sarebbe la veste del Festival letterario, come negarlo. E c’era pure chi, tra gli amministratori regionali che si sono avvicendati alla guida della politica culturale, aveva l’idea del Festival letterario internazionale tra i suoi “pallini”. Peccato averlo scoperto tardi, ma non troppo per non avanzare candidature. Tutta questa alternanza di preparativi e di festa, di attesa e di risultati, procura in definitiva una gioia enorme. Ma evidentemente ha pure un costo. Quantificabile non solo col sudore e le notti insonni di chi ha lanciato la sfida. Il costo è anzitutto economico ed è qui che, troppo spesso, casca l’asino. Fortuna che qualcuno oggi sembra disposto ad aiutarlo, questo benedetto, povero asino. Perché c’è comunque una mission divulgativa e solo in apparenza elitaria, nel codice genetico tendenzialmente popolare del Premio Tropea. Ci sono un’architettura ed un contesto che identificano come originale il profilo della nostra piccola cattedrale, nello skyline regionale e speriamo anche oltre, con l’aiuto di tutti. E poi, come non fidarsi di Paul Verlaine, che scriveva “il mare è più bello delle cattedrali”?

                        *Presidente Associazione Culturale “Accademia degli Affaticati”

 

Ultimo aggiornamento ( giovedì 06 novembre 2008 )
 
L’IMPEGNO CULTURALE NELL’ESEMPIO DI FRANCESCO FELICE D’AGOSTINO

Ricordi, filmati ed emozioni in una serata promossa dall’Accademia degli Affaticati

di Pasqualino Pandullo

(foto di Anna Sambiase)

E’ stata l’Accademia degli Affaticati a ricordare Francesco Felice D’Agostino. E’ stata la realtà culturale alla quale per ultima, in ordine di tempo, il Professore aveva offerto il suo contributo qualificatissimo, ad organizzare in suo onore una serata densa di emozioni e di ricordi. Che hanno evocato, ripercorrendo frammenti della nostra storia, lo scrigno di opportunità che lo stesso D’Agostino ha contribuito a formare. Facendo così, anche, da stimolo per il futuro. Una manifestazione per dare corpo alla quale, sono stati riallacciati alcuni dei tanti fili, e dei tanti contatti umani, che il compianto Presidente della Provincia di Catanzaro aveva attivato intorno a sé. Solo alcuni, certo, ben pochi: ma sicuramente, tra i più emblematici e prestigiosi. Come quello rappresentato dal giudice lametino Marcello Vitale, oggi presidente della prima sezione penale di Corte d’Appello di Roma, magistrato e poeta, uomo di cultura e uomo di legge, conoscitore profondo del panorama letterario non certo, solo, calabrese. Ha avuto un sobbalzo l’alto magistrato quando, nelle immagini ripescate dall’archivio del TG Regionale della RAI e proposte al pubblico del Museo Diocesano di Tropea, ha rivisto intellettuali ed amici come Alberto Frattini. La stessa emozione rivissuta dalla francesista Maria Gabriella Adamo, dell’Università di Messina, mentre sullo schermo gigante passavano le immagini di un Premio Montale ospitato a Tropea nel 1984, con una Maria Luisa Spaziani eccelsa nello spiegare i rapporti tra il premio Nobel e la Calabria. E c’era la professoressa Adamo, accanto alla Spaziani, in quel giugno di ventiquattro anni fa, al Rocca Nettuno. Tutta gente dalla quale era circondato il professore D’Agostino, che aveva trasformato la rivista della Provincia in un’agorà d’incontri per scrittori e poeti: dunque, in occasione di conoscenza per un’utenza stupita e ammirata quanto, forse, ancora inconsapevole. Lo ha spiegato con la consueta passione Giusi Verbaro, fresca di vittoria del Premio Camaiore di Poesia, che a quella irripetibile rivista (l’unica ad aver pubblicato, ad esempio, un’insuperata monografia su Lorenzo Calogero) ha intensamente collaborato. C’è una struttura operante, a Tropea come in altri comuni di quella che fu la provincia di Catanzaro, a testimoniare la mentalità di un uomo che nella sua attività politica aveva trasfuso l’impronta culturale. Ed è il Centro Culturale per le tradizioni e il folklore: è stato Umberto Barone, primo direttore di quel Centro, a parlarne, con l’emozione di chi ricordava anche un amico strettissimo. Queste le testimonianze previste, nella bella serata del 27 settembre 2008, per dire grazie a Felice D’Agostino. Ma c’è stato di più: le parole di Leopoldo Chieffallo, assessore alla Cultura di quella giunta provinciale e poi consigliere ed assessore regionale: “Vi ringrazio – ha detto – per avermi dato questa occasione”. E ancora, le parole di Pina Naso, collaboratrice del D’Agostino presidente, che dopo aver salutato i familiari, ha preso il microfono per dire a tutti: “Ho avuto una fortuna: lavorare per tanti anni con una persona di straordinaria umanità”. Non è stato, e non poteva essere, un ricordo del politico, quello organizzato dall’Accademia degli Affaticati. Saranno altri a tratteggiarne quella dimensione. La nostra Associazione ha ricordato un padre fondatore, ma soprattutto un amico, che non c’è più e che ci manca molto. Che ci ha dato un esempio e tante “dritte”. L’ultima, quella lanciata nel suo ultimo intervento in pubblico, guarda caso, per la presentazione di un libro di poesie (“Storie du burgu” di Antonio Cotroneo, ed. MGE, il 15 marzo 2007, alla Biblioteca comunale) e proiettata in filmato a conclusione della serata: “Partecipate, partecipate sempre ad eventi come questo. La nostra regione ne ha di bisogno!”. Sta a noi farne tesoro.

Ultimo aggiornamento ( martedì 07 ottobre 2008 )
 
UN CAFFE’ LETTERARIO ALL’APERTO PER “FRATELLI SEPARATI” DI MAURIZIO SERRA (ED. SETTECOLORI)

E il nome dell’ “Accademia degli Affaticati” risuona nelle stanze del Quirinale

di Lino Tipe

Tropea - Chissà se Maurizio Serra ci riserverà qualche altra piacevole sorpresa, da finalista al Premio “Aqui storia” per il suo “Fratelli separati” (Edizioni Settecolori). Certo, per la Tropea d’inizio autunno sospesa tra i forti colori dell’estate e le dolci malinconie invernali, la presentazione di questo libro è stata una sorpresa di sicuro. Un’ incantevole serata all’aperto, tra le poltrone e i tavolini del “Café de Paris”, con l’Antico Sedile dei Nobili a far da quinta naturale, e la statua del filosofo Pasquale Galluppi a sorvegliare, compiaciuta, questa sorta di évenement du vendredi. I contenuti e il tono li ha assicurati l’autore. Un Maurizio Serra neanche scalfito da due travagliati voli (partenza da Londra), elegante e pronto ad arricchire di contorni i profili già marcati e rimarchevoli dei suoi “Fratelli Separati”. Si tratta degli scrittori Pierre Drieu La Rochelle, Louis Aragon e André Malraux, tre protagonisti della storia culturale e politica della Francia del primo 1900, tre intellettuali separati dai percorsi politici intrapresi, ma uniti da intrecci esistenziali d’imprevedibile comunanza. Tre vite, tre personalità forti, ciascuna per aspetti differenti. Ma è proprio l’intensità e la scapigliatezza dei rispettivi stili di vita, a noi sembra, ad aver esercitato una decisiva forza attrattiva nei confronti dell’autore, che ha messo accanto loro tre, e non ad esempio intellettuali cattolici come Bernanos o Guitton. Vite - quelle di Drieu, Aragon e Malraux - e sfondo storico, tratteggiati nella serata en plein air di Tropea da un critico letterario di grande raffinatezza come Maria Cecilia Tagliabue. Vite che spiegano, da sole, un’epoca di grandi tensioni e di grandi idealità. E’ per questo motivo che il libro di Serra in agosto era entrato nella terna di letture estive del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E capita, incredibile dictu, che il Capo dello Stato telefoni per congratularsi con Serra mentre il diplomatico (di carriera) e scrittore (per vocazione) fa il suo ingresso a Tropea accompagnato in auto dall’editore (sono le ore 17,20 di venerdì 26 settembre 2008). “Mi trovo a Tropea, proprio per presentare il libro – risponde Serra – all’Accademia degli affaticati”. Orgoglio tangibile per il sindaco, Giuseppe Euticchio, che ha patrocinato la manifestazione. E grande soddisfazione per il presidente dell’Accademia (quella del Premio Tropea Letterario Nazionale), Pasqualino Pandullo, moderatore dell’incontro. A Manuel Grillo, il merito di aver creduto in una ambientazione tanto semplice quanto efficace, e l’opportunità di dimostrare come la sua casa editrice, periferica solo geograficamente, abbia una vocazione così tanto internazionale. Chicca finale: sapete dove il presidente Napolitano ha letto “Fratelli Separati”? Alle Eolie, quelle isole che Giuseppe Berto, dalla sua pinnata di Capo Vaticano, considerava il confine occidentale di quell’immenso lago, che vedeva con la sua immaginazione nel Golfo di S. Eufemia. Sarà un caso, ma alla serata di Tropea c’era anche Manuela Berto, la vedova (“no prego, la fidanzata”) del grande Bepi.

Ultimo aggiornamento ( martedì 07 ottobre 2008 )
 
L’ACCADEMIA DEGLI AFFATICATI RICORDA FRANCESCO FELICE D’AGOSTINO

CON UN INCONTRO AL MUSEO DIOCESANO DI TROPEA, SABATO 27 SETTEMBRE ALLE ORE 18

   

                                                                 

   

Il professore Francesco Felice D’Agostino era convinto che “la cultura è ricerca di perfezione attraverso la conoscenza di quanto di meglio si è detto e pensato nel mondo; è patrimonio psico-esperienziale-individuale che si costituisce attraverso rapporti sociali e ambientali. Così stando le cose – si legge in un suo scritto -, in essa convergono tutte le branche del sapere, secondo un dinamismo sinergico interdisciplinare che fa di essa un sapere attivo, umano, che serve all’Uomo per diventare migliore; altrimenti è il più alto inganno di tutti i tempi e non il sapere che deve coltivare quei valori che rendono umana l’esistenza e creano la Civiltà”. Per questo Egli ha contribuito risolutamente a fondare un’Associazione culturale come l’Accademia degli Affaticati. E per questo l’Accademia degli Affaticati vuole ricordarlo in un incontro al quale invita Te, che visiti il nostro sito, a partecipare. La manifestazione si svolgerà sabato 27 settembre 2008, alle ore 18, nella Sala del Museo Diocesano di Tropea. A parlare dell’ ”Impegno culturale nell’esempio di Francesco Felice D’Agostino”, saranno il magistrato lametino Marcello Vitale, oggi presidente della prima sezione di Corte d’Appello a Roma, e la docente universitaria Maria Gabriella Adamo, della Facoltà di Magistero dell’Ateneo di Messina. Entrambi collaborarono costantemente alle iniziative culturali promosse da D’Agostino, soprattutto nella sua veste di Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro. In programma anche gli interventi dell’ex senatore Antonino Murmura e della poetessa e critico letterario Giusi Verbaro, una delle firme più prestigiose della rivista “La Provincia di Catanzaro” voluta da D’Agostino e pubblicata dal 1980 all’85. Sarà poi Umberto Barone, che fu il primo presidente del Centro Culturale e Biblioteca della Provincia, istituiti a Tropea su iniziativa dello spesso D’Agostino, a tracciare un breve ricordo personale dell’amico, scomparso il 15 agosto dell’anno scorso all’età di 85 anni. Coordinatore dell’incontro, il giornalista Pasqualino Pandullo, presidente dell’Accademia degli Affaticati.

Ultimo aggiornamento ( sabato 13 settembre 2008 )
 
E' NATO GIA' GRANDE QUEL PICCOLO PREMIO
La giornalista RAI Carla Monaco rivive per il nostro sito i tre giorni di mare e di incontri trascorsi a Tropea in occasione del Premio Letterario

di Carla Monaco

Metti una sera a Tropea, sotto le stelle. A chiacchierare fino a tardi, come tra amici, in una piazzetta che è un salotto. Ci si scambiano opinioni sui romanzi, consigli di lettura, ricordi e impressioni. E poi parlano finalmente, con la loro voce, anche gli scrittori. C’è l’intellettuale affermato, ma anche l’autore di gialli e la straniera elegante. Sono in gara, ma non sembra. Perché, solo per essere arrivati fin qui, si sentono già tutti vincitori. Basta il calore della gente, l’interesse che si crea attorno ai libri, il fascino autentico dei luoghi. Ad aiutarli a raccontare chi sono e come hanno fatto nascere le loro belle creature di carta, ci pensano i padroni di casa. Livia e Pasqualino. Con garbo e gentilezza, senza mai alzare la voce. Qui non serve. Le polemiche, non sono di casa. Questo non è lo Strega, né il Campiello. E’ vero. E’ un premio letterario nato da poco, ancora piccolo piccolo, forse è proprio per questo che è così interessante. C’è spazio per la cultura di casa e per quella che viene da fuori, per gli autori calabresi e gli stranieri, per il giudizio dei sindaci e l’opinione degli studenti. In uno scambio che non è mai sterile, mai vuoto. Alla fine, non importa nemmeno chi è il vincitore. Certo, c’è la curiosità, il tifo, l’attesa. Si va via però sempre contenti, a notte fonda, anche se il nostro beniamino non ha vinto. Carichi di libri. Perché, dopo serate così, il bisogno di leggere si fa più urgente. Se non ci siete stati, non potete capire. Si va via con il desiderio di tornare. Per chiacchierare ancora, sotto le stelle di Tropea, in una piazzetta che è un salotto. Nella speranza di vederlo crescere sempre più questo premio, che è nato piccolo piccolo, ma ha già tanti progetti per quando sarà grande.


Ultimo aggiornamento ( venerdì 08 agosto 2008 )
 
E' Gianrico Carofiglio il trionfatore della seconda edizione
"Ragionevoli dubbi" (Sellerio) stravince con quasi i 2/3 dei voti e lo scrittore dedica il Premio al pubblico tropeano.



Tropea - Come era nell'aria già da qualche tempo, il vincitore dellla seconda edizione del Premio è stato il libro dello scrittore pugliese.
Ben 221 voti sui 346 raccolti tra i sindaci della Calabria e la Giuria popolare composta da intellettuali e studenti di Tropea. Il terzo classificato è stato Domenico Starnone, "Prima esecuzione" (Feltrinelli) con 58 voti, mentre l'argento è andato alla Vorpsi, "La mano che non mordi" (Einaudi) con 67 voti. Insomma un successo pieno e netto quello del senatore Carofiglio che non lascia spazio a nessun 'ragionevole dubbio' circa le preferenze dei lettori calabresi. Un anno veramente eccezionale questo per l'ex magistrato di Bari: senatore da aprile, scrittore ormai affermato, 2 milioni di copie vendute e adesso anche - e tra gli altri - il Premio Tropea. "Senatore, complimenti! - subito dopo la premiazione - Una domanda per il sito ufficiale del Premio: se l'aspettava?". "Sì - risponde sicuro - avevo la sensazione che avrei potuto battere i miei avversari... io solitamente partecipo per vincere!". Il vicepresidente della regione Calabria Cersosimo consegna il Premio realizzato dal maestro orafo tropeano Tommaso Belvedere e il premio in denaro di 10 mila euro. Carofiglio ha dedicato il premio vinto al pubblico tropeano che ha aspettato con pazienza, educazione ed interesse il termine della serata e, dunque, la proclamazione del vincitore nonostante una lunga interruzione della manifestazione, dovuta ad un problema tecnico. E' stato il presidente nazionale dell'Asmez - che ha raccolto ed elaborato tutti i dati -, Francesco Pinto, a proclamare il podio; Starnone, premiato dal sindaco di Tropea Antonio Euticchio, e la Vorpsi, premiata dal presidente della provincia di Vibo Valentia Francesco De Nisi, hanno comunque ricevuto il premio in denaro di 5 mila a testa - riservato a tutti i finalisti.
La terza ed ultima serata del Premio Tropea inizia ancora all’insegna del caldo ma non per questo il pubblico non partecipa all’evento, anzi tutto il contrario. Nella storica piazza tropeana c'è il pienone. E’ già buio quando Pandullo e la Blasi danno un caloroso “benvenuti a tutti” e si incomincia. Si riassume un po’ il lento procedere del premio e i suoi piccoli passi verso la serata di premiazione, il cuore del Premio città di Tropea. Sale la Bossi Fedrigotti, presidente della Giuria tecnico-scientifica, per prima stavolta, e ha qualcosa da dire perché la sera prima ha riflettuto sulla opportunità del Premio Tropea e sul suo valore. “Ogni Premio ha come obbiettivo incitare tutti a leggere dei bei libri e il Premio Tropea in ciò non è da meno rispetto a tutti gli altri premi letterari, anzi lo è di più, perché lo sforzo di incitare alla lettura
viene fatto nella regione dove si legge meno in Italia e forse in Europa e, dunque, è un Premio che vale proprio la pena fare, ogni anno!”. Poi ancora la Fedrigotti – testarda sostenitrice della location ‘all’aperto’ del Premio Tropea nel centro storico della città, anziché al chiuso di un teatro - dice che il posto delle serate letterarie è incantevole anche perché la pioggia non ha rovinato i programmi… Poi aggiunge: “E’ una terna di libri finalisti veramente di qualità. Tre libri diversi per tre tipologie di pubblico diverse… Se non fossero stati libri di qualità, allora il Premio non avrebbe avuto il successo che ha avuto… Abbiamo – come giuria che ha selezionato i finalisti – la coscienza tranquilla…”. Poi salgono i tre scrittori finalisti, uno alla volta; la Vorpsi, Starnone e Carofiglio. Il tempo, per ognuno dei tre, di una breve battuta sulla bellezza di Tropea e sulla generosità dei tropeani, sui libri in generale e su Kafka e sul palco salgono i tre rettori delle università calabresi; Latorre (Cosenza), Giovannini (Reggio Calabria) e il delegato alla cultura del rettore di Catanzaro Barni – facenti parte del comitato tecnico-scientifico del Premio che ha selezionato i finalisti. Tre università di eccellenza, in grande spolvero ed in ascesa, che guardano al Nord ma anche al sud dell’Europa, che attirano studenti da tutto il meridione, ma che tuttavia ancora non riescono a frenare del tutto la fuga dei cervelli dalla Calabria. La serata, poi, ad un certo punto si spegne... non nei contenuti ma – come da copione - va via la luce. Si brucia un fusibile e saltano fari e suoni. Lunga pausa in un fresco buio. Quasi un’ora. Ma la gente non si muove, resta al posto, seduta calma ed in silenzio; e aspetta con entusiasmo il ritorno della ‘luce'. Alcuni si alzano… non per andare via ma – cogliendo al volo la propizia occasione - per parlare con scrittori, editori, politici, giornalisti, rettori e intellettuali di ogni tipo... Insomma gente che, tutta insieme, in pochi metri quadri non la si incontra certo tutti i giorni. Poi, finalmente, torna la corrente ma il tutto non è più come prima. Le luci sono più pacate e inferiori di numero… Insomma, non volendo, si crea quell’atmosfera soffusa, quasi romantica, ideale per la proclamazione del vincitore. Giusto il tempo dei saluti e dei ringraziamenti al presidente della provincia di Vibo Valentia, De Nisi, entusiasta sostenitore del Premio, a Domenico Arena, presidente di Confindustria Vibo Valentia, sponsor principale del Premio, a Cersosimo, vicepresidente della regione Calabria, a Domenico Nunnari, vice direttore TGR Rai - la testata giornalistica più grande d’Europa con circa 770 giornalisti -, a Fulvio Mazza (Bottega editoriale), capo ufficio stampa del Premio Tropea, a Maria Faragò, organizzatrice e curatrice instancabile di ogni particolare del Premio Tropea e, infine, sale sul palco Francesco Pinto dell’ASMEZ che decreta il vincitore e mette punto alla seconda edizione del Premio Tropea. Il premio della rinascita e dello sviluppo culturale di Tropea, della provincia di Vibo e dell’intera Calabria.

Ultimo aggiornamento ( domenica 13 luglio 2008 )
 
Premio Tropea, secondo round: una notte unica per la città
La seconda serata del Premio conquista pubblico, giornalisti e scrittori e consacra Tropea capitale della cultura calabrese

Tropea – L’aria un po’ più fresca e una leggera brezza marina che arriva dal vicino belvedere, posto alle spalle del palco, regalano a Tropea un clima ideale per godersi a fondo la seconda serata del Premio, giunto alla sua seconda edizione. Ed infatti c’è il pienone nella bellissima piazza tropeana del centro storico, dedicata al filosofo tropeano Pasquale Galluppi che certamente – da antico membro nonché fondatore dell’Accademia degli Affaticati – qualora fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato sicuramente un entusiasta sostenitore dell’iniziativa. Pandullo e la Blasi, gioviali e bravi presentatori, guardando dall’alto del palco la platea, la gente vicino alla bancarella dei libri, la folla che guarda la mostra dei quadri e le persone che, passeggiando, si fermano ad ascoltare anche solo per qualche minuto, sostengono che il pubblico è raddoppiato rispetto alla prima sera, che già aveva segnato una ottima affluenza. L’attesa di conoscere il vincitore della seconda edizione è molto alta; sicuramente il pubblico è affascinato dall’idea di avere qualche notizia in più sull’esito finale del voto oppure di carpire – ascoltando i tre scrittori dal vivo - quali sensazioni possano scaturire dal sentirsi candidati a vincere il Premio città di Tropea. Il tempo di un veloce saluto e si comincia; sul palco sale la bella Rossana Colace, attrice e coreografa tropeana di fama nazionale, che con la sua voce ricca di pathos legge uno stralcio del libro “Prima esecuzione” (Feltrinelli) di Domenico Starnone, uno dei tre finalisti, l’ospite più atteso della serata. Rossana lascia il microfono e lo scrittore napoletano, invitato a salire sul palco, sicuramente soddisfatto dalla lettura passionale del suo libro, si accomoda sul salotto nero, quello riservato agli scrittori finalisti. Classico occhiale da intellettuale, barba e capello brizzolato e stile casual, risponde brillantemente alle domande dei presentatori. “Gli scrittori reinterpretano la realtà a loro modo, ‘si ripuliscono’ gli occhi e poi scrivono. In Italia si sta perdendo il gusto di apprezzare un libro scritto non in modo facile, nel senso che oggi sono molto più apprezzati i libri scritti in modo semplice e comprensibile, tali da non ‘stancare’ la lettura. Si tende a evitare di comunicare la difficoltà della scrittura, a farla sembrare semplice. I lettori -
prosegue l’intellettuale napoletano - devono essere educati anche alla ‘difficoltà’ di capire uno scritto”. Sale, subito dopo, Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice, giornalista e presidente della Giuria tecnico-scientifica del Premio che ha selezionato i 3 finalisti. Arriva con un po’ di ritardo direttamente dalla Sardegna. Lei ama il Premio Tropea - nonostante sia un evento giovane e per il momento non del tutto conosciuto a livello nazionale. “La selezione dei finalisti è libera dalle pressioni degli editori – afferma la Fedrigotti che partecipa attivamente a molti altri premi letterari un po’ in tutta Italia. È un premio autonomo e indipendente da ogni logica politica, commerciale o culturale. Al Premio Tropea interessa solo premiare dei bei libri che sappiano trasmettere alla gente sensazioni e valori positivi”. Poi la presidente della giuria si ferma e, con la modestia tipica dei grandi intellettuali, non vuole parlare del suo ultimo romanzo “Il primo figlio” (Rizzoli). Ma stasera a Tropea è la notte delle donne e infatti sul palco sale l’ospite più famosa, Carmen Lasorella, a presentare il suo ultimo libro “Verde e zafferano - A voce alta per la Birmania”. L’elegantissima giornalista di origine lucana, dopo anni alla rai come inviata speciale nonché conduttrice del tg2, oggi è direttore di una tv locale della repubblica di San Marino che presto sarà sul satellite e sarà visibile anche a Tropea. “Questa emittente avrà una mission – dice la raffinata giornalista - i Balcani; si porrà l’attenzione su questa zona d’Europa non del tutto pacificata. Poi si parla del suo libro e dunque si parla di Birmania. “All’Italia del paese asiatico non importa nulla o quasi, se non quando si vedono i morti per strada. E’ per questo che bisogna alzare al voce… per denunciare la brutalità di un regime che viola del tutto i diritti umani e per informare tutti che c’è una popolazione che soffre e che non ha alcun tipo d’aiuto da parte della comunità internazionale”. Per Lasorella l’importanza di informare e la facilità di informare grazie alle tecnologie di oggi sono due facce della stessa medaglia. Niente si deve lasciare all’ignoranza, ma ogni cosa è degna di diventare notizia. Nel libro si parla anche del premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, poiché è stata Lasorella l’ultima giornalista internazionale ad averla intervistata prima dell’arresto da parte del regime. Una donna unica, la San Suu Kyi, che ha lasciato un marito, due figli e una cattedra ad Harvard per ridare speranza alla Birmania, ma che ora è vittima anch’essa di ciò che voleva sconfiggere. Ancora il viaggio, poi, e ancora il reportage d’informazione nella notte tropeana dopo l’intervento di ieri della Vorpsi; con il suo “Vacamondo” (Settecolori), Stenio Solinas, giornalista, reporter in Turchia, Algeria e Gibilterra e scrittore di fama nazionale, ci parla dei reporter che non sono amati dagli editori, perché costano e non rendono, dai direttori dei giornali, perché non sono controllabili, e dai colleghi, perché visti come quelli “sempre in giro a divertirsi”. Ad un certo punto a Tropea si ricorda Cesare Pavese, il mitico scrittore, che fu mandato in confino qui in Calabria a Brancaleone (RC) dal fascismo; sale sul palco Pierfranco Bruni, scrittore, uomo di cultura, esperto di Pavese, nonché membro del comitato tecnico-scientifico del premio Tropea. “Quale legame esiste tra Pavese e la Calabria?” chiede Pandullo. “La Calabria? – risponde Bruni - un incidente politico e storico per Pavese. Lui odiava e amava allo stesso tempo il mare di Brancaleone e dunque la Calabria. Pavese adorava il mito greco e in Calabria lo respirò dal vivo”.
Poi come per la prima sera libri, libri e ancora libri. Quest’anno è il trentesimo anniversario dalla morte di Aldo Moro. Come il Vaticano visse l’evento? Nessun problema – spiega Pandullo – per questo gap storiografico è appena uscito un libro “Parole opere e omissioni” (Rizzoli) di Anna Chiara Valle, cosentina di nascita. Molte le omissioni da parte del Vaticano che aveva già trattato con le BR per Sossi ma fece nulla o quasi per lo statista DC. Moro in un certo senso – secondo la Valle - venne visto da parte della Chiesa come “colui che se la andò a cercare con le sue scelte politiche”. Poi ancora un ricordo – triste, molto triste. 1991, Il giudice Antonino Scopelliti viene ucciso a Campo Calabro (RC). “Morte di un giudice solo” è il libro di Antonio Prestifilippo sul giudice calabrese. Lo scrittore sul palco lo ricorda così, con una breve battuta: “Scopelliti è stato il primo – prima di Falcone e Bosellino - a dire no ai compromessi sul Maxi processo di Palermo contro la mafia. Ma Scopelliti è morto solo, nell’indifferenza totale, mentre per Falcone e Borsellino si è mobilitate tutta l’Italia…” C’è anche una donna sul palco col giornalista-scrittore; è la figlia del giudice Scopelliti, portavoce del movimento antimafia ‘Adesso ammazzateci tutti’ di Locri. “Come ricordi tuo padre?” – domanda Pandullo. “Un padre esemplare - risponde Rosanna - che trovava sempre il tempo per starle vicino. E in questo tempo – solo 7 anni – mi ha trasmesso la forza di lottare contro le ingiustizie e l’amore immenso per la Calabria”. Tornare in Calabria – lei studia a Roma - per lottare contro tutte le mafia è l’unico modo per avere vicino il padre – continua Rosanna - e questo è ciò che farà sempre per tutta la vita anche alzando la voce - come Lasorella fa per la Birmania - se ciò sarà necessario. Poi ancora un altro momento triste ma felice allo stesso tempo perché si ricorda il mitico scrittore vibonese Saro Gambino, scomparso di recente. Lo ricordano affettuosamente Vito Teti, antropologo e da poco assessore provinciale di Vibo alla cultura, e la figlia dello scrittore Marinella. Saro, grande giornalista e bravo narratore di storia e di fatti, non era un tipo sdolcinato. Generoso, non furbo, in altri contesti sarebbe diventato un grande scrittore nazionale. Ma Saro è rimasto in questa terra. La ha onorata e ne ha scritto ombre e luci. Un maestro dalla produzione immensa. Amato da calabresi, ma no dal potere perché anarchico. Teti dice che vuole fare una casa della cultura a lui dedicata per educare i giovani, in maniera semplice e pulita, alla Gambino appunto. E poi Antonio Pugliese ricorda il padre in prigione in Germania nel suo “1943-1945 - Mio padre nel lager”; la Viscone nel suo “La globalizzazione delle cattive idee” parla della assurdità di alcuni aspetti moderni della vita tra moda, costume, malaffare e denaro; la Malferà parla della verità sulla chiesetta di Piedigrotta della vicina Pizzo Calabro; l’imprenditore Limbrandi di Cirò nel suo “Il Gaglioppo e i suoi fratelli” ci parla degli antichi vitigni calabresi e sul modo di come lui li abbia recuperati; la Saccà, insieme con il presidente dei giornalisti di Calabria, Soluri, premia i vincitori della ‘sezione giornalismo’ del Premio dedicato a Federica Monteleone. Insomma libri per tutti e per tutti i gusti. Giusto il tempo di una breve battuta di Pandullo – in calabrese ‘ho paura’ si dice ‘mi Spagnu’ - al console onorario di Spagna, l’elegantissima Cristina Segura Garsia, salita sul palco per parlare un po’ del ‘miracolo’ spagnolo di oggi non solo nello sport ma anche nella politica, nell’economia e nella cultura, e partono i saluti ed un affettuoso arrivederci al gran finale di domenica per decretare il vincitore del Premio Tropea 2008. Il Premio Tropea ha regalato alla sua città una notte magica; mai a Tropea, tra le sue viuzze e i suoi palazzi, si era visto un tale interesse per i libri, la letteratura e l’attualità.
Ultimo aggiornamento ( domenica 06 luglio 2008 )
 
LIBRI, LIBRI, LIBRI…
Partenza col botto per la seconda edizione del Premio. Protagonisti assoluti ancora i libri.

Tropea – Fa caldo in Largo Galluppi, storica e bellissima piazza del centro storico della “Perla del Tirreno”, per la prima serata dell’attesissimo Premio Tropea, ma ciò non ha impedito che il pubblico delle grandi occasioni si riversasse in massa all’evento. Un piccolo palco, arredato con gusto ed eleganza, trasforma - quasi per magia - la piazza che lo ospita, rendendola un luogo ideale per incontrarsi, scambiare idee e parlare di libri e di letteratura. Una piccola mostra di quadri a cura di affermarti artisti locali e una lunga bancarella di libri su Tropea e la Calabria, dal sapore antico, animano ancora di più il luogo. Sullo sfondo, luci soffuse illuminano lo storico Palazzo Giffoni, la cappella medievale di Santa Margherita e l’antichissima chiesa di San Demetrio, “una stanza senza pareti” si dirà più in avanti. È quasi buio quando Pasqualino Pandullo, presidente dell’Accademia degli Affaticati - che organizza l’evento - e Livia Blasi, giornalista del Tg Rai Calabria, danno il benvenuto e segnano l’inizio della kermesse culturale tropeana che durerà fino al 6 luglio. All’imbrunire viene chiamato sul palco il Sindaco di Tropea, Antonio Euticchio, fervente sostenitore del Premio, che porta i saluti di tutta l’amministrazione e di tutta la cittadinanza; “E’ una bella serata – dice il sindaco – come lo sono tutte quelle in cui la cultura viene portata in auge”. Tropea – secondo il primo cittadino – deve diventare non solo la capitale delle vacanze calabresi ma anche quella della cultura; è la cultura ciò che può ridare alla cittadina tirrenica un turismo di qualità, quello che c’era un tempo e che vedeva tra gli altri pittori, poeti e scrittori non solo italiani ma internazionali. “Tropea – continua Euticchio – può anche grazie al suo Premio tornare agli “splendori” di un tempo perché ha tutte le carte in regola” e la location della manifestazione lo dimostra. Il primo vero ospite è introdotto dalla suggestiva e passionale lettura di Pamela Muscia, attrice tropeana di fama nazionale. E poi, come per incanto, sale sul palco Ornela Vorpsi, autrice di uno dei tre libri finalisti “La mano che non mordi” (Einuaudi). Volto fiero e fisico scultoreo, la scrittrice che di certo uno non si immaginerebbe mai… La splendida quarantenne di origine albanese, che ama l’arte e la letteratura italiana, intelligente e modesta come tutti i grandi scrittori, dopo un lungo girovagare per l’Europa oggi vive a Parigi. Dice che ama scrivere in italiano perché in Italia è vissuta – splendidamente - 5 anni, perché italiano è suo marito e perché italo-albanese sarà il figlio che porta in grembo oggi. Adora viaggiare e non poteva essere altrimenti perché il libro che ha scritto è un’autentica dichiarazione d’amore per il viaggio in sè. Colpiscono la sua personalità e il suo atteggiamento, umile ma non per questo indeciso. “Prima volta in Calabria?” – domanda Pandullo - e lei risponde di sì ma sicuramente non sarà l’ultima perché – dice – è rimasta veramente stupita dalla gentilezza e generosità della gente del posto che la hanno accolta così calorosamente. Gentilezza che – ha continuato - a Parigi neanche si sognano. “Abbraccerei tutti i calabresi…” dice concludendo prima di scendere dal palco per il troppo calore delle luci. E subito dopo parte la seconda lettura accompagnata dal pianoforte di Sergio Coniglio; la Muscia è ancora più brava con la sua voce calda e espressiva. Ad un tratto, terminata la lettura di “Ragionevoli dubbi” (Sellerio editore), sul palco ecco Gianrico Carofiglio, anche lui alto, magro, bello ed elegante, come un attore di Hollywood, insomma un altro scrittore che non ci si immaginerebbe mai… Giudice, senatore da poco nelle file del PD e scrittore di successo da qualche anno. Ama la scrittura più di ogni altra cosa, più della magistratura - afferma - perché scrivere è stato il suo sogno sin da ragazzo. E c’è riuscito, il suo sogno si è realizzato visti i due milioni di libri venduti; non c’è alcun dubbio su di lui - nonostante il dubbio sia parola a lui cara sia come scrittore che come magistrato -:egli è uno scrittore maturo ed autoironico - come lui stesso afferma -, che può ancora in futuro regalare libri splendidi, ma è anche un magistrato che sa come usare la sua ragionevolezza. Conosce bene la Calabria e anche Tropea perché sua moglie è stata magistrato a Palmi (RC) per alcuni anni. Subito dopo l’incontro con lo scrittore pugliese, il Premio Tropea ricorda Enzo Siciliano, l’amico di Pasolini, di Moravia e della Morante, direttore di riviste prestigiose - su tutte “Nuovi Argomenti” - e direttore della Rai per alcuni anni. “Quel mare tanto amato” (Abramo editore) è il libro che ricorda il suo rapporto con la Calabria a cura di Mauro Minervino – direttore editoriale Abramo, antropologo, scrittore e professore - e Mario Desiati - capo redattore “Nuovi Argomenti”. Siciliano, grande scrittore e narratore, di origine calabrese, pur non vivendo in Calabria la visse moralmente – sostengono i due autori del libro – amando quel mare che sentiva anche suo. Si parla poi di automibili la sera a Tropea perché sul palco sale il direttore di “Quattroruote”, Mauro Tedeschini, che parla della mitica 500 FIAT nel suo libro “L’uomo che inventò la 500”. Anch’egli innamorato di Tropea, nel suo libro parla dell’ingegner Giocosa che progettò la 500 – ma anche la 127, la 128, la topolino e la 600; è lui – dice l’autore - che ha messo in “moto” l’Italia. La FIAT 500 è stata “la poesia” delle automobili in un’epoca dove le macchine non venivano fatte tutte uguali – come avviene oggi – da equipe quasi inumane. Sale poi il Vescovo della Diocesi di Tropea, Mons. Renzo, giornalista, scrittore e uomo di cultura. “Calabria di ieri e di oggi” (Ferrari editore) è il suo ultimo libro sulla Calabria storica ed archeologica. “La regione deve ripartire dalla cultura – afferma deciso il vescovo - o non c’è speranza di progresso. La Calabria deve essere salvata dai calabresi che non devono aspettare di essere salvati dagli altri… I calabresi devono essere più attivi verso se stessi e anche i tropeani”. In linea con le parole del Vescovo si parla poi di un libro sul fondatore dell’Opus Dei in “La Calabria di Escrivà” (Progetto editoriale 2000) di Assunta Scorpiniti. Il beato in un suo viaggio che fece nella nostra regione sparse - secondo l’autrice - il seme del suo messaggio che in seguito germoglierà anche in Calabria. Si parla poi di Federica Monteleone, la ragazza di Vibo Valentia tragicamente scomparsa all’Ospedale di Vibo Valentia per un assurdo errore. A lei la “Consulta delle associazioni di Tropea” ha dedicato un Premio di scrittura giovane rivolto ai ragazzi delle scuole superiori della Calabria. Sale sul palco Vittoria Saccà, giornalista e presidente della Consulta che ha fortemente voluto questo Premio e presenta la pubblicazione “Semplicemente Noi…” (Meligrana Editore) che racchiude tutte le opere scritte dai ragazzi nel concorso. Viene consegnato il Premio alla vincitrice della sezione narrativa, Ilaria Quaranta, e domani si replica con la premiazione della sezione giornalismo. Sul palco poi i genitori di Federica che annunciano una fondazione intitolata alla figlia che “lotterà per una sanità migliore nella nostra terra”. Mario Romano, poi, rappresentante di Confindustria Vibo Valentia, dice che scommettere sulla cultura è di sicuro la svolta per la provincia di Vibo Valentia. E poi libri, libri e ancora libri nella magica serata tropeana: Mario Caligiuri, esperto di comunicazione e professore universitario, parla delle classi dirigenti nostrane che sono in declino e che, secondo lui, vanno sostituite; l’ingegner Luigi Cotroneo illustra il suo libro di fotografie sul Poro e sulla Costa degli Dei; il professor Gallo parla della sua eccentrica “logofenica”; Giovanni De Giorgio nel suo “Curarsi e vivere omeopaticamente” parla di omeopatia e poi un libro sulla cucina calabrese ed uno di critica letteraria. Una bella serata insomma in cui il libro è stato il vero protagonista.

Ultimo aggiornamento ( domenica 13 luglio 2008 )
 
Premio Tropea: chi sarà il vincitore dell'edizione 2008?
Aumenta la suspance per conoscere chi, tra i tre scrittori finalisti, verrà decretato vincitore.

Domenico Starnone, Prima esecuzione, 2007, Feltrinelli (collana I narratori)

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna? Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo». Marco, 10, 17-18. Un insegnante e la sua domanda: sono stato un cattivo maestro? Forse. È anziano, è fuori dal gioco, però deve “stare agli ordini” di una sua ex allieva terrorista. Ma l’insegnante è lo scrittore Domenico Starnone, che può modificare la storia che sta vivendo. E ci prova. Quanto è veramente libero di far cambiare direzione agli eventi? Domenico Stasi è un anziano ex insegnante, uomo colto, sollecito, impegnato e di apparente pacatezza, «invecchiato facendo non quello che gli andava di fare ma quello che gli sembrava coerente col sentimento che aveva di sé». Quando apprende che Nina, una sua vecchia alunna, è indagata per partecipazione a banda armata, decide di incontrarla per essere rassicurato della sua innocenza. Ma Nina si proclama colpevole e affida a Stasi un incarico delicato: dovrà recarsi in un appartamento abbandonato, cercare una copia della Morte di Virgilio di Hermann Broch, trascrivere una frase sottolineata a pagina 46 e farla avere a un non meglio precisato “contatto”. Con leggerezza, quasi per gioco, Stasi esegue gli ordini. Apparentemente, però, non si tratta affatto di un gioco. Stasi viene convocato dalla polizia, che segue ogni sua mossa; il contatto non si accontenta del messaggio e gli fa recapitare una pistola con la quale dovrà sparare a un importante bersaglio... Un meccanismo inesorabile si è messo in moto. Ma è realmente così? Chi è il professor Stasi? È un assassino? È una vittima? È un innocuo zimbello? Di fatto, lo scrittore è il demiurgo della storia e ne è a sua volta in balia, spaventato, deriso, risucchiato da un’oscura minaccia? L’unica cosa certa è che nessuno può dirsi innocente, che in ognuno di noi è in agguato il “guizzo improvviso di rettile”.

Domenico Starnone (Napoli 1943) vive e lavora a Roma. Ha insegnato a lungo nella scuola media superiore e si è occupato di didattica dell'italiano e della storia (Fonti orali e didattica, 1983). Per "I Classici Feltrinelli" ha introdotto Cuore di De Amicis (1993), Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo (1994) e Lord Jim di Conrad (2002). È stato redattore delle pagine culturali del “Manifesto”, giornale con cui collabora tuttora. Ha lavorato molto per il cinema. Dai suoi libri sono stati tratti i film La Scuola di Daniele Luchetti, Auguri, Professore di Riccardo Milani e Denti di Gabriele Salvatores. Nel 2001 ha vinto il Premio Strega con il romanzo Via Gemito.






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Gianrico Carofiglio
, Ragionevoli dubbi, 2006, Sellerio Editore Palermo (collana La memoria)

Dopo tre anni, ritorna Guido Guerrieri, l’avvocato più celebre dell’Italia letteraria, protagonista anche di questo terzo legal thriller di Gianrico Carofiglio. Sono giorni un po’ difficili per Guido Guerrieri. Margherita, la sua compagna, sta per partire per gli Stati Uniti per un lavoro importante. Una bella soddisfazione per lei, ma Guerrieri si sente morire dentro. Il nuovo caso perciò lo coglie in un momento di abbattimento e di difficoltà. Un detenuto, condannato pesantemente in primo grado per traffico di droga, ha ricusato il suo avvocato e ora vuol nominare lui come difensore. Al primo colloquio in carcere Guerrieri riconosce immediatamente l’uomo. È uno dei picchiatori fascisti che tanti anni prima, quando era un ragazzino, lo aggredì. Ma il detenuto non mostra di riconoscerlo, anzi, sta affidando a lui la sua sorte. L’uomo racconta la sua storia: arrestato con l’automobile imbottita di droga, «convinto» da sconosciuti a nominare come difensore un avvocato che gli ha procurato il massimo della pena, si protesta innocente e ora vuole affidarsi a Guerrieri che gode fama di professionista affidabile. E qui il racconto potrebbe svolgersi sul semplice piano delle indagini e del processo – che sono, inutile sottolinearlo, molto avvincenti – se non fosse per l’antico odio che Guerrieri nutre per il suo assistito e contemporaneamente per la «storia» che nasce con la bellissima moglie e con la figlia, una bambina cui la detenzione del padre ha regalato un sonno pieno di incubi. Guerrieri è innamorato e felice, forse ha sempre desiderato una famiglia così, ma nello stesso tempo avverte tutto il disagio della situazione: proibitiva e non solo per deontologia professionale.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) di professione magistrato, da poco Senatore per il Pd. Per il primo romanzo, Testimone inconsapevole (definito da Corrado Augias «uno dei migliori gialli legali uscito in Italia» e giunto alla 43 edizione), ha vinto alcuni premi letterari: XXVI Premio Città di Chiavari, Premio Città di Cuneo per il Primo Romanzo, Premio del Giovedì Marisa Rusconi, Premio Rhegium Julii e Premio Fortunato Seminara-Opera Prima. Con questa casa editrice ha pubblicato anche Ad occhi chiusi (2003, 34ª edizione), Ragionevoli dubbi (2006, 24ª edizione) e L'arte del dubbio (2007) tradotti in tutto il mondo. Ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Bancarella 2005 con Il passato è una terra straniera. Con il fratello Francesco ha scritto il graphic novel Cacciatori nelle tenebre.







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Ornela Vorpsi
, La mano che non mordi, 2007, Einaudi (collana L'Arcipelago EINAUDI)

«Io e l'aereo non era una storia d'amore. Con la mia attenzione-concentrazione dovevo reggere l'intero aereo. Quella volta che l'ho tenuto su dal Giappone a Parigi, c'è voluto più di un mese per rimettermi dai dolori della cervicale, muscoletto spietato e testardo che si vendicava perché avevo approfittato di lui per quindici ore filate». Esiste una lingua per raccontare lo spaesamento? Tutto parte da un viaggio a Sarajevo: un tuffo nel cuore dei Balcani, generoso e polveroso come nei ricordi d'infanzia. Qui, la pioggia bagna la pelle più in profondità che altrove. La morte è più sorprendente e ha più sapore. Come un assedio, ad ogni passo risuona «l'esperanto balcanico», quel linguaggio inudibile e perentorio che non è possibile lasciarsi alle spalle. Un romanzo vivo, caustico, una scrittura apolide leggera e penetrante come le emozioni di cui si nutre. «Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. È come recarsi a una cena di famiglia e non poter partecipare; si frappone una gelida finestra. Di un vetro bello spesso, antiproiettile, anti-incontro: loro ti scrutano, ti riconoscono, ti fanno dei segni perché tu entri e li raggiunga, pure tu li vedi e rispondi con gli stessi gesti, ma la cena si consuma qui, si consuma così. Dopo poco tempo smettono di invitarti, si stancano, il pollo arrosto gli sorride, il pollo arrosto sfornato al momento giusto è una vera consolazione. Le loro parole sono inudibili. Il loro calore lontano. Tu rimani spettatore».



Ornela Vorpsi è nata a Tirana nel 1968. Ha studiato Belle Arti in Albania, poi, dal 1991, all'Accademia di Brera. Dal 1997 vive a Parigi. È fotografa, pittrice e videoartista. In Italia ha pubblicato Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005; Premio Grinzane Cavour opera prima, Premio Viareggio Culture europee, Premio Vigevano, Premio Rapallo opera prima, Premio Elio Vittorini opera prima), Vetri rosa (Nottetempo, 2006) e La mano che non mordi (Einaudi, 2006)

Ultimo aggiornamento ( giovedì 03 luglio 2008 )
 
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