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ECCO IL REGOLAMENTO DELLA TERZA EDIZIONE DEL TROPEA
PREMIO CITTA’ DI TROPEA NAZIONALE LETTERARIO“Una regione per leggere”Bandito dall’Associazione culturale“Accademia degli Affaticati - Tropea”Regolamento Edizione 2009Premiazione il 3-4-5 luglio 2009 in Tropea 1 - L’Associazione culturale "Accademia degli Affaticati di Tropea" bandisce il “Premio Letterario Città di Tropea - Una regione per leggere” IIIa edizione, da assegnare ad un’opera di narrativa in lingua italiana. 2 - Possono concorrere al Premio le opere di narrativa pubblicate in volume nel periodo compreso fra l’1 gennaio 2007 ed il 31 dicembre 2008 e regolarmente in commercio, i cui autori risultino viventi alla data della riunione del Comitato tecnico-scientifico. Possono essere scelte anche opere che abbiano ricevuto altri premi o che siano di autori già premiati. Il mese e l’anno di pubblicazione cui fare riferimento, sarà quello indicato a stampa sul libro; qualora tale indicazione mancasse, la stessa dovrà essere fornita dall’editore sotto la propria piena responsabilità mediante dichiarazione scritta. Se l’opera è stata pubblicata con uno pseudonimo, è necessaria una dichiarazione scritta in cui sia indicato il nome ed i dati anagrafici dell’autore. 3 - Il Comitato organizzatore dell’associazione eventualmente coadiuvati da collaboratori esterni indicati e approvati dall’assemblea, entro il 31 dicembre 2008, nomina: a) un Comitato tecnico-scientifico (giuria di esperti) presieduto da un giornalista di fama nazionale e formato da dodici elementi individuati nelle seguenti figure del mondo accademico, letterario e politico: i tre Rettori delle Università calabresi, uno scrittore, un esperto di editoria, un’autorità pubblica nel campo delle comunicazioni, un esperto di comunicazione, un addetto ai sistemi bibliotecari e tre esponenti dell’Associazione promotrice (presidente, vice presidente e segretario). Il Comitato tecnico-scientifico ed il Presidente hanno un mandato annuale rinnovabile. L’accettazione a far parte del Comitato comporta l’implicita accettazione del presente Regolamento; comporta inoltre la partecipazione agli eventi organizzati dal Premio in occasione delle celebrazioni conclusive, nonché la disponibilità ad intervenire ad altre iniziative collaterali organizzate nel corso dell’anno dall’Associazione Accademia degli Affaticati; b) una Giuria popolare, composta da ciascuno dei Sindaci dei 409 Comuni della Calabria o da un delegato dal Sindaco designato, da 25 persone di estrazione diversa a cui si aggiungeranno di diritto, gli altri 16 soci fondatori dell’Accademia degli Affaticati per un totale di 450 componenti. 4 - Ogni componente del Comitato tecnico-scientifico è tenuto a segnalare alla Segreteria del Premio, entro il 12 gennaio 2009 due titoli di opere con le caratteristiche di cui al punto 1 che ritenga meritevoli di concorrere al Premio. Saranno ammesse alle selezione le sole opere segnalate dal Comitato tecnico-scientifico. 5 - La Segreteria del Premio di seguito comunicherà agli editori interessati l'Elenco completo delle opere segnalate dal Comitato. Gli autori o gli editori che non volessero partecipare al Premio devono esplicitamente dichiararlo per iscritto alla Segreteria del Premio entro e non oltre il 20 gennaio 2009. 6 - Gli editori o gli autori delle opere segnalate, dopo aver ricevuto comunicazione dalla Segreteria del Premio, devono spedire alla stessa, con sede in Tropea, c/o Meligrana Giuseppe Editore, Via della Vittoria 14, 89861 Tropea (VV) entro il 31 gennaio 2009 tredici copie di ciascun’opera, che saranno di seguito consegnate, a cura della Segreteria, a ciascuno dei membri del Comitato. Le copie dell’opera verranno inviate a titolo gratuito e non verranno restituite. 7 - Il Comitato tecnico-scientifico si deve riunire entro il 31 marzo 2009 per procedere alla selezione di una terna di finalisti. Prima di procedere alla votazione, verifica l’ammissibilità delle stesse al Premio sulla base del presente regolamento; tale giudizio è insindacabile. La seduta di selezione è pubblica, ha luogo in Tropea e si svolge secondo le modalità qui di seguito indicate: a) Tutti i componenti del Comitato tecnico-scientifico, compreso il Presidente, presentano con singoli interventi una delle opere dell'Elenco di cui al punto 5. Quindi si passa all’individuazione, previa votazione palese, delle tre opere finaliste. Ciascuno dei membri del Comitato esprime pubblicamente due preferenze riguardanti altrettanti titoli presenti nell'Elenco. Vengono quindi prescelte le opere che ottengono il maggior numero di voti. Nel caso di un ex aequo, che porti più di tre opere a ottenere i voti necessari ad entrare nella terna dei finalisti, si pongono a ballottaggio le opere con il punteggio più basso. Ciascuno dei Giurati esprime una preferenza. Viene quindi prescelta l'opera che ottiene il maggior numero di voti. Nel caso in cui solo due opere riescano ad ottenere un numero sufficiente di suffragi, i componenti del Comitato tornano a votare, esprimendo un singolo voto a testa, anche per successive votazioni. Viene quindi prescelta l'opera che ottiene il maggior numero di voti. Il giudizio della Giuria è insindacabile. 8 - Agli autori di ciascuna delle tre opere prescelte viene consegnato, nel corso della manifestazione conclusiva, un premio in denaro del valore di cinquemila euro. Se un autore prescelto nella seduta di selezione si ritira prima della manifestazione conclusiva o non parteciperà alla stessa non avrà diritto al premio in denaro. La presenza nella terna dei finalisti del Premio città di Tropea comporta la partecipazione agli eventi organizzati dal Premio in occasione delle celebrazioni conclusive, nonché la disponibilità ad intervenire ad altre iniziative collaterali organizzate dall’Associazione "Accademia degli Affaticati". 9 - Le tre opere prescelte vengono quindi sottoposte al giudizio della Giuria popolare. A tale scopo gli editori delle tre opere devono inviare alla Segreteria del Premio 460 copie di ciascuna opera della terna, entro il 15 aprile 2009. Le 460 copie sono acquistate dall'Accademia. Ognuno dei 450 giudici esprime la sua unica preferenza, con l’indicazione del titolo e dell’autore prescelto, su apposita scheda, in forma scritta, secondo le modalità indicate dalla Segreteria, facendo pervenire la preferenza alla Segreteria del Premio entro il 15 giugno 2009. 10 – Il 30 giugno 2008 la Segreteria si riserva di scrutinare i voti attribuiti ad ogni singolo titolo. 11 - L’opera che ottiene il maggior numero di voti dalla Giuria dei 450 giurati popolari viene proclamata vincitrice del “Premio Città di Tropea - Una regione per leggere 2009”, e la relativa dicitura deve essere riportata su un’apposita fascetta da realizzarsi, a cura dell’Editore, secondo le modalità indicate direttamente dalla Segreteria del Premio. All’opera vincitrice viene attribuito un ulteriore premio in denaro del valore di cinquemila euro. Nel caso di parità dì voti fra più opere il premio viene suddiviso in parti uguali. 12 - La consegna dei premi avverrà a Tropea in una pubblica manifestazione che si terrà nei giorni 3-4-5 luglio 2009. I premi devono essere ritirati personalmente dai vincitori, in caso contrario non saranno assegnati.
ZAZA’, VELENO, ANNALISA E GLI ESTREMI DI UN SUD ESTREMO
IL NUOVO ROMANZO DI MARIO DESIATI, UN AMICO DEL “PREMIO TROPEA” Lo scrittore Mario Desiati (Martinafranca, 1977), capo-redattore della rivista Nuovi Argomenti (Mondadori), da qualche mese Direttore editoriale di Fandango Libri (Roma), è stato nostro ospite ed è oramai un amico del Premio Tropea. Nell’edizione appena trascorsa del 2008 è stato con noi e ospite di una delle calde e affollate serate tropeane del nostro premio, intervistato da Pasqualino Pandullo e Livia Blasi, ci ha parlato dello scrittore Enzo Siciliano con il libro “Quel mare tanto amato. Interventi sulla narrativa di Enzo Siciliano” (Abramo, 2008). Desiati, ha pubblicato da poco per Mondadori il suo nuovo romanzo; il terzo di una produzione narrativa di successo che già, a poco più di trent’anni, lo impone all’attenzione del pubblico e della critica come uno degli autori più interessanti e di talento della nuova scena letteraria italiana. Di seguito pubblichiamo una recensione del suo ultimo romanzo critica scritta per noi da Mauro F. Minervino. di Mauro F. Minervino “Il paese delle spose infelici” (Mondadori, 2008, pp., 229, E. 17,50) ha l’esasperazione punk di un cazzotto tra i denti e l’indelicata umanità di un romanzo di formazione neomelodico; ma non lo è. Il terzo romanzo di Mario Desiati, allontanatosi da due precedenti ‘romanocentrici’, è il primo ambientato a casa sua, nella Puglia di provincia. Forse per questo è anche il più vero. I luoghi stanno tra Taranto e Martina Franca, nella Val d’Itria, attraversata dall’illustre fiume Taras sulle cui sponde degradate si apre la scena. Il paesaggio industriale coi sui cascami rugginosi in tutto il romanzo acquista la forza malvagia di un Golem. La storia nasce tra i ridossi sudici e riarsi di una Taranto lugubre e mefitica. Città compendio di tutti i mali del Sud attirato in fretta al moderno, più simile alla Londra vittoriana dei romanzi di Gissing che ai ritagli ingialliti di un meridione da cartolina turistica. E’ il marzo del 1990, data simbolo per l’avvio di una ricapitolazione generazionale. Secondo una diceria popolare a Martina Franca, alle porte di Taranto, ancora circolerebbero gli inquieti fantasmi delle spose infelici che si sono uccise nel giorno delle nozze. Inaspettatamente, in un momento della pausa pranzo agli operai chiusi nel Siderurgico Ilva, oltre i meandri di quel “torrente sottile” ormai ridotto a un rigagnolo di liquami che “si attorciglia” alle loro giornate come un sogno stregato, si manifesta la visione del fantasma di una di queste spose tragiche. Ma nel libro sullo sfondo di quegli anni si aggirano altri fantasmi senza pace. Come quello dello sbracato sindaco-despota Giancarlo Cito, la cui surreale epopea nella parabola che va dal successo alla resa finale, si consuma sui teleschermi della sua televisione privata AT6, inframmezzata dai filmetti porno che allora infiammavano le notti di Taranto. Desiati racconta la storia di Domenico e Francesco, soprannominati Zazà e Veleno. Due ragazzini che consumano la loro adolescenza brada tra eccessi e miseria, sesso e droga, nel nichilismo di una provincia sommersa e malsana che vede il Sud post-demartiniano smarrire le speranze di diventare Paese. I due ragazzi hanno famiglie molto diverse, ma egualmente segnate. Zazà viene da un quartiere operaio di Taranto abitato da esseri senza futuro, vite a perdere di gente ripiegata su stessa e appestata dai miasmi del petrolchimico e dai vapori degli altoforni. Una pletora di moribondi e di sconfitti avviati a una metamorfosi sub-umana. Veleno invece è un figlio di papà che sente il fascino del suburbio e opta per la vita di sponda che fanno i malvissuti, rampollo di una piccola borghesia dei paesi derelitta e in crisi d’identità. Veleno e i suoi amici smaltiscono la loro educazione sentimentale in mezzo a una natura apocalittica e imputridita, nutrendosi di immagini di sopraffazione e di morte, vomitando fuori il bisogno di sopravvivere all’infelicità e alla morte di chi lavora nel siderurgico, alle sozzure che si scaricano sulla città, sempre disperatamente avvolta da una cappa velenosa e opprimente di polveri rosse e grigie. Tutto per loro è estremo e senza via di scampo, terrore e allegria sono una cosa sola. La vita tra questo paesaggio di macerie psichedeliche li prende a morsi e loro prendono a morsi la vita. Insieme al mito delle spose infelici si apparecchiano così le storie di un gruppo di amici marchiati da altri destini infelici. Stanno tutti insieme, legati dal sudore e dagli stessi sogni. Per diventare grandi Zazà e Veleno giocano a pallone in una squadretta, le gambe maciullate sul campetto da calcio sgangherato di Pezza Mammarella. Si allenano tra buche e sobbalzi. Sanno che non si diventa campioni tra i campetti accerchiati dai rifiuti delle periferie degradate. Fantasticano nel disastro di paesi dispersi tra gravine inquinate e trulli scassati. Una società che si strappa anche nei suoni impronunciabili di un dialetto, quello tarantino, privo dell’armonia delle vocali. Un lingua fangosa che si avviluppa nel caos delle consonanti contigue e arretra nelle voci di un disordine “selvaggio” che pare risalire dalle profondità della storia fino al suo provvisorio stato presente. A casa li aspetta l’incomprensione e l’inettitudine di grandi che stanno peggio di loro, la tristezza di vite senza via d’uscita. Si rimedia alla noia con le scorribande in motorino, gli sballi e il sesso estremo, infilando una galleria memorabili di personaggi drop-out che fragili e disperati si affiancano l’un l’altro in un crescendo da cupio dissolvi. Per tutti la stessa confusione, le perdite dolorose e i fallimenti annunciati. Più tardi tutti si troveranno legati da una sola donna: Annalisa, è lei il centro delle loro vite. Negli anni Veleno e Zazà si avviticchiano a lei come serpenti in amore. Il fato di Annalisa è quello di una specie di dea minore a metà tra le possessioni orgiastiche di una menade danzante e la ripugnanza olezzante di una punkabestia paesana. “Madonna randagia”, bionda, seduttiva e malvissuta, Annalisa indossa gli anfibi e i guanti in piena estate, salva un’amica dal suicidio il giorno prima delle nozze, colleziona cartoline di viaggi in quel mondo altrove che vorrebbe per se e non vedrà mai. Annalisa è la femmina-rea destinata a distruggersi in una follia di forze che la assorbe alla terra, un’entropia che non trova pace e non ne dà. E’ una ragazza dalla vita promiscua e disperata (si dice che se la faccia con i cani, che si venda in orge ai mafiosi e ai vecchi laidi del paese). Annalisa è anche lei una sposa infelice, ma nessuno lo saprà prima della fine. Continuerà a vivere sprecando quello che ha, la sua bellezza maligna e angelica. Il giro della sua vita si consuma presto in uno squallore da tossica, presa dai suoi mali e delle orribili maldicenze che il paese le cuce addosso. Il suo fascino fosco e amoroso perseguiterà come una maledizione i due amici, trascinati a inseguire il suo fantasma in disavventure tetre e barocche, giravolte da picari e discese agli inferi alla Lazarillo di un’epoca sbagliata. Veleno ama per sempre Annalisa e ne resterà inutilmente stregato. Ma Annalisa ama solo Zazà, uno come lei, che rimane a galla sul vuoto della sua misera esistenza. Zazà scaverà le ragioni folli di quell’amore solo dopo la morte della ragazza. L’apoteosi si raggiunge nel demente mausoleo costruito per lei e nelle copie di monumenti kitsch sparsi da Zazà in mezza Italia, in luoghi che Annalisa conosceva solo in cartolina. Dopo anni di galera, Zazà in onore alla donna che non sapeva di amare trafugherà la salma ammuffita di Annalisa dal cimitero del paese per custodirla e venerarla nel suo pantheon personale. Il finale è incredibilmente caritatevole e mistico. Veleno troverà riparo alle sue inettitudini con la clausura monastica in un centro hanseniano, trasformandosi in volontario tra i lebbrosi intravisti da ragazzo in una delle sue scorrerie on the road nella provincia tarantina sfregiata dagli abusi. “La strada piena di buche e radici pulsava sotto le ruote sottili del Sì e vibrò fino al mio traguardo finale. Accostai la moto davanti al cancello semichiuso del centro hanseniano che avevo visitato quel pomeriggio brunito di anni prima. Camminai nel niente dell’ultimo lebbrosario di questo continente. E immediatamente fu silenzio”. La scrittura di Mario Desiati ne “Le spose infelici” accosta i cocci taglienti di una lingua bassa e storta con le tessere fini e trasparenti di un mosaico ultraletterario. La parola levata alla bella scrittura precipita all’improvviso, come le spose suicide di Martina Franca, nell’orrore di un iperrealismo molesto e catastrofico. L’abiezione ordinaria e soffocante si alterna alla pietà e alla poetica dell’antico. Reperti preziosi come gli ori di Taranto si mischiano ai rimasugli di un’ incosciente magnogrecia dionisiaca. Superstizioni ataviche e scorie stregonesche si sposano a mostruosità e turpitudini antropologiche glocal. Desiati ci consegna alla fine una strana lettera sulla felicità di una generazione avvilita e in fuga da tutto, che ha visto ridursi in cenere e mozziconi velenosi i sogni dell’età più breve. Vittime e carnefici di se stessi sì, ma in un mondo che frana e odia la bellezza.
Presentato a Tropea l’ultimo libro di Isabella Bossi Fedrigotti, “Il primo figlio” edito da Rizzoli
Teresa, Maria, Sofia: così lontane, così vicine All’iniziativa dell’Accademia degli Affaticati, presente l’Autrice, hanno aderito tre associazioni femminili: la Fidapa, l’Inner Wheel, Donne per le Donne, rappresentate da Maria Zuccalà, Romania Marzolo Larìa, Maria Cecilia Tagliabue. Ciascuna di loro, insieme con Caterina Ostone dell’Accademia degli Affaticati, ha tratteggiato uno dei personaggi del romanzo. Vittoria Saccà, presidente della Consulta delle Associazioni del Territorio di Tropea, ha presentato Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice, giornalista, presidente del Comitato tecnico-scientifico del “Premio Tropea Nazionale Letterario”. Pubblichiamo di seguito l’intervento svolto da Maria Cecilia Tagliabue, a conclusione dell’incontro, coordinato da Pasqualino Pandullo, che si è svolto presso la Sala del Museo Diocesano. di Maria Cecilia Tagliabue Nel suo ultimo libro “Il primo figlio” (Rizzoli), Isabella Bossi Fedrigotti ha narrato, con una maestria degna dei naturalisti francesi alla Maupassant e alla Zola, una disperata storia centrata sull’incapacità delle protagoniste di comunicare i propri sentimenti, da cui consegue un’impossibilità a essere libere e responsabili della loro stessa vita. L’autrice è molto brava, stilisticamente parlando, a delineare questo mondo tutto rivolto verso l’interno (i discorsi diretti sono pochissimi, mentre si susseguono i monologhi interiori), da cui la voce narrante prende le dovute distanze, con lo scopo di esprimere come la vita delle tre protagoniste scivoli via senza che esse possano incidere davvero sullo scorrere della stessa. Infatti non riuscire a rendere esplicito il loro sentire, comporta, per Teresa, Maria e Sofia, un essere al mondo senza avere una direzione, senza avere una possibilità di scelta, prigioniere delle etichette e degli schemi imposti loro fin dall’infanzia. Soprattutto Teresa e Sofia, trascineranno nell’arco di tutta la loro vita il peso terrificante di un’ infanzia vissuta in una quasi totale aridità affettiva genitoriale e relazionale. Teresa è convinta che l’ordine, l’obbedienza e lo svolgere bene i compiti impartiti dagli altri siano il massimo cui lei possa aspirare. Sofia invece tenterà solo debolmente e forse senza troppa convinzione a scollarsi di dosso l’etichetta di “incapace, immatura e inadeguata” che il padre le ha cucito addosso. Ed è per questo che entrambe, nonostante il ceto sociale diversissimo, sono unite dall’obbligo di comportarsi come gli altri si aspettano che facciano. Solo Maria si discosta leggermente dalle altre due: Maria, forse grazie alla sua cultura finissima, all’amore per il bello e ad una maggiore consapevolezza di sé, è l’unica che riesce a fare delle scelte precise che, se non la salvano da un destino di solitudine, ne salvaguardano la dignità di persona e la delicatezza dei sentimenti. Maria è l’unica che invecchiando mantiene il suo tenero aspetto da bambina, mentre le altre due avvizziscono: nell’aridità interiore Teresa e nella smodata golosità ( triste compensazione alla mancanza di affetto) Sofia. Ci sarà un momento nella loro esistenza che le tre donne così diverse e così simili si incontreranno dopo episodi cruciali che le segneranno profondamente: Teresa ha dovuto abbandonare il figlio nato da una violenza, costretta a negare al mondo e a sé stessa la sua maternità. Maria si strappa dal cuore l’amore per il suo datore di lavoro dopo aver sognato di essere la madre del bimbo di cui è solo la bambinaia, e Sofia si colpevolizza per la meningite che ha ucciso il suo primogenito a pochi mesi di vita. Sofia, padrona di casa e madre inadeguata, troverà in Teresa una collaboratrice domestica perfetta e in Maria la bambinaia adatta a trasmettere calore e amore ai suoi figli. Eppure, pur nel riconoscimento reciproco e nella comprensione che le unisce per qualche tempo ancora una volte esse non riusciranno a verbalizzare il loro sentire: non una parola esse si confideranno delle loro pene più intime, dei loro desideri più segreti, e alla fine, quando le loro strade si separeranno, nessuna di loro avrà mai gustato, anche per un breve istante, una vera, consolatoria e catartica intimità con l’altra. Questa incapacità a instaurare rapporti autentici e profondi, non è imputabile solo ad una particolarità caratteriale e personale delle tre protagoniste: l’autrice infatti delinea intorno ad esse tutto un mondo incapace di comunicare, di chiamare i fatti con il loro vero nome. Un mondo buio e congelato dove a nessuno è dato sapere che fine hanno fatto più di novanta persone malate di mente scomparse all’improvviso, dove la morte di un bambino viene definita “il fatto” , la violenza carnale “ quella cosa”, dove un marito può al massimo dire alla propria moglie che “ gli è molto cara”, e dove essere cristiani coincide nel comportarsi come il peggiore fariseo. Solo Maria riceverà il dono prezioso, di cui si nutrirà per sempre, di sentirsi definire con sincerità dall’uomo che ama senza speranza: “l’anima della sua casa”. Di fronte a questa incomunicabilità, a questa ipocrisia che incrosta e impedisce l’autenticità dei sentimenti e la coerenza tra dire e fare, di fronte alle omissioni e ai non detto, mi sono aggrappata al sollievo di poter affermare che queste cose ormai non succedono più, che quello descritto da Isabella è un mondo lontano e ormai superato, in cui su tutto e tutti pesava anche il dramma delle guerre mondiali. Ma poi mi sono venute alla mente come piccoli lampi insistenti e fastidiosi, immagini presenti, ricordi vicinissimi: per esempio gli occhi desolati della bellissima ragazza dell’est che fa la Baby sitter a una mia conoscente, la sua postura sempre chiusa come a difesa. Che cosa nasconde nel suo silenzio? Un bambino lasciato lontano per necessità? Una triste e squallida storia di violenza e orrore quotidiani? E cosa celano le donne musulmane velate a cui è negata persino la possibilità di comunicare con il corpo? Una scelta consapevole o una coercizione continua nella convinzione martellata a forza nei loro cervelli di essere nate niente, di vivere come un niente, e di morire senza niente? E siamo davvero sicuri che le donne Manager ( mi viene in mente la strepitosa Meryl Streep del “Diavolo veste Prada”) che hanno tutto, che si permettono tutto siano persone complete, dove per completezza intendo l’appagamento affettivo? E no, Teresa, Maria e Sofia sono drammaticamente vicine! E allora, non potendomi più consolare con la distanza temporale mi sono chiesta come è possibile ascoltare la disincantata denuncia di Isabella in cui ci ha magistralmente mostrato a quale abisso di desolata solitudine porta la mancanza di relazioni nutritive capaci di valorizzare e promuovere il cambiamento e la crescita. Sta a noi allora, dopo che Isabella ci ha detto come non bisogna essere, sapere con precisione ciò che bisognerebbe essere in modo da poter forse incidere non solo sulla nostra vita ma anche indirettamente e senza che per forza noi lo sappiamo su quella di qualcun altro. Dovremmo essere padri e madri amorevoli e presenti, che amino i figli non solo con le azioni ma anche con le parole. Dovremmo essere mogli e mariti amati e che amano a loro volta, non solo con i fatti ma anche con le parole. Dovremmo chiamare le cose con il loro nome perché tutto quello che facciamo e che pensiamo esista non solo per noi, ma anche per gli altri, e perché il nostro mondo sia chiaro, caldo, e accogliente. Dovremmo poter dare, quando ci guardiamo indietro, un senso a tutto quello che ci è successo di buono e di meno buono, perché dovremmo amare tutto della nostra vita per il solo fatto che è nostra. Dovremmo poter dare, quando guardiamo avanti, un senso a tutto quello che avverrà nella convinzione che tante cose succederanno senza che possiamo farci nulla, ma che tante altre saranno nelle nostre mani e nel nostro cuore e in quei momenti dovremmo esserci nella nostra completezza. E dovremmo comunque poter credere che ci sia un bene superiore e trascendente che ama tutto di ognuno di noi e che ci ha messo al mondo sapendo di mettere al mondo un essere prezioso, unico e irripetibile. Grazie Isabella perché leggere il tuo bellissimo libro mi ha consentito di esprimervi stasera, ad alta voce, quello che già pensavo da tanto.
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