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Premio Letterario Tropea

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L'ultimo libro di Isabella Bossi Fedrigotti, "Il primo figlio", sarà presentato a Tropea Giovedì 13

NEL MAGMA DELLE PICCOLE INIZIATIVE, LA QUALITA’ SPICCA IN POCHI PROGETTI IMPORTANTI UN DOCUMENTATO ARTICOLO DI ISABELLA MARCHIOLO, PUBBLICATO DA IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA NELLE PAGINE "IDEE E SOCIETA' " DEL 12 OTTOBRE 2008 (PAG. 57), CITA IL PREMIO TROPEA TRA LE INIZIATIVE DI QUALITA' PRODOTTE NEL SETTORE LETTERARIO ED OFFRE UN CONTRIBUTO INEDITO QUANTO STIMOLANTE AL DIBATTITO SUL RUOLO DI SIMILI MANIFESTAZIONI CULTURALI. LO RIPORTIAMO INTEGRALMENTE, INSIEME CON LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELL' ACCADEMIA DEGLI AFFATICATI, OSPITATA DALLO STESSO QUOTIDIANO IL 22 OTTOBRE 2008 A PAGINA 54. Meno premi, più ospiti e fiuto da talent scout di ISABELLA MARCHIOLO C’era una volta il Premio Sila, che nel ’49 fu il pioniere dei concorsi letterari meridionali. Dietro e intorno, la Calabria ha un gruppo di manifestazioni collaudate e una miriade di piccoli e fantasiosi premi letterari o così sedicenti. Che, questi ultimi, non citeremo senza peccare di incompletezza, perché, se l’obiettivo è ragionare criticamente sulle rassegne calabresi, non ce ne vogliano gli esclusi. Come premessa basterà ricordare che quasi ogni località ha il suo premio di poesia o scrittura varia, quando va bene legati ad iniziative sociali o di puro intrattenimento (per lo più privo di qualità), quando va male subordinati alla deprecabile pratica dell’iscrizione a pagamento dell’autore. Pochi, dunque, i progetti da menzionare e salvare. E stavolta non possiamo evitare di fare sempre gli stessi nomi. Ad esempio l’impegno del circolo reggino Rhegium Julii, soprattutto con il premio “Fortunato Seminara” destinato alle opere prime. Poi il premio Corrado Alvaro, promosso dall’attiva Fondazione di San Luca e, soprattutto, capace di apparire sui media nazionali, effetto non da poco in una terra su cui pesa la disonorevole nomea del crimine; e il premio Città di Siderno. In condivisione tra Ricadi e la veneta Mogliano c’è poi il Premio Berto, manifestazione veterana con le sue venti edizioni. Storico anche il Premio Crotone, nato per la critica letteraria, che annovera tra i suoi vincitori Pasolini, Ungaretti, Sciascia, Magris e Maraini. Infine, il giovane ma già ben instradato Premio città di Tropea, ideato dall’Accademia degli Affaticati. E da qui, scardinando le gerarchie di anzianità, dobbiamo partire per un’analisi ragionata su una reale utilità e fruibilità culturale dei premi letterari calabresi. Il Tropea, appena due anni di vita, sembra aver sperimentato la formula giusta per garantire continuità e prospettiva al progetto. Ovvero, ospiti noti e platea di rimbalzo per i nostri editori e autori, insieme alla bella proposta popolare della giuria composta dai sindaci calabresi. Anche la manifestazione dell’Accademia degli Affaticati non è però immune da alcuni difetti di orientamento. Innanzitutto la condizione quasi obbligatoria del “premio”, come se non si potesse (vedi Mantova) scindere un simposio letterario in sé dalla gara tra scrittori. In questo senso il Rhegium Julii si esonera grazie alla lunga esperienza dei caffè letterari, che, volendo e riuscendo a prevedere un’organizzazione più capillare, potrebbero pienamente assurgere alla dignità di festival. Va da sé che gli autori invitati ai festival percepiscono un compenso, ma detto così suona quasi brutale. E sembra pure poco letterariamente ideologico, quasi i romanzieri (e anche i registi, gli artisti, eccetera) non avessero un mestiere. Anche per questo le iniziative sono quasi tutte ad ingresso libero, a differenza, per esempio, dei festival musicali e teatrali, che, però, suscitano un appeal differente. Vale a dire che non c’è best seller che tenga: in Calabria chi pagherebbe per ascoltare uno scrittore che presenta il suo libro? In compenso, in molti casi le rassegne letterarie possono contare su un più consistente sostegno degli enti, e il concetto di “premio” giustifica anche cifre francamente eccessive per una regione come la Calabria, soprattutto se attribuite a scrittori di best-seller per i quali i nostri festival non fanno più neanche curriculum. Ed ecco l’altro nodo: il “Fortunato Seminara” premia Paolo Giordano (in finale anche al “Berto”), i vincitori delle prime due edizioni del “Tropea” sono stati Saviano e Carofiglio, nell’albo del “Siderno” c’è un abituale frequentatore delle nostre rassegne come Carmine Abate. Pensiamo che in un festival culturale a fare la differenza siano le produzioni originali. Bene, quindi, “usare” il traino del personaggio superesposto per attirare il pubblico, ma più utile a far emergere i premi letterari calabresi dal calderone delle iniziative sommerse, sarebbe un ruolo di pigmalioni. Con il coraggio di cercare con più autonomia nei cataloghi e discostarsi dai soliti nomi con scelte meno popolari e l’obiettivo (chiamiamolo anche missione culturale) di sdoganare qualcosa di diverso dal “moccismo” dilagante nella nostra narrativa contemporanea. Utopia? Autori che passano da qui e poi, per questo, finiscono sulla stampa nazionale. Esordienti che in Calabria si confrontano e trovano un editore per l’opera seconda. Scrittori famosi testimonial di sconosciuti di talento. Il sogno, poi, è un grande straniero. Sono in uscita i nuovi libri di Paulo Coelo e Michel Houellebecq, gli organizzatori dei festival calabresi mettano a buon frutto i rapporti costruiti con le case editrici nazionali ripetutamente premiate dalle nostre parti per portarci la parola di un outsider. Onorario permettendo, s’intende. Ma già, parlavamo di sogni… L’INTERVENTO Premi letterari, tanti costi e lavoro per un “nonsense” ricco di significati di PASQUALINO PANDULLO * Può ripagare, da solo, di tante fatiche spese per il “Premio Tropea”, un articolo come quello scritto da Isabella Marchiolo su “il Quotidiano” domenica 12 ottobre 2008 (“Meno premi, più ospiti e fiuto da talent scout”). Finalmente un’analisi attenta, che affranca il fragile mondo degli eventi culturali in Calabria dall’autoreferenzialità inutile cui sembrava condannato. E che induce ad ulteriori riflessioni, utili non solo a quanti altri, su un terreno così scivoloso, assumono in prima persona il carico gravoso dei rischi e delle disillusioni, ma anche a chi, dal mondo della politica, dell’imprenditoria e della stessa editoria, dovrebbe sentirsi chiamato in causa come interlocutore ineludibile di simili iniziative. Il “Premio Tropea Letterario Nazionale” nasce dall’intento di colmare un vuoto, inserendo una pregiata occasione culturale nell’offerta della più importante località turistica calabrese. Era anche, indefinitamente, il sogno di Raf Vallone, che non fece alcunché per dargli corpo. Sono poi maturati altri due presupposti ideali, a fare da fondamento al Premio Tropea. Il primo è di carattere morale, e consiste nella convinzione che alla nostra regione non servono più (non sono mai serviti) analisti bravi soprattutto ad additare colpe e responsabilità altrui, ma serve il contributo di gente disposta a rimboccarsi le maniche, mettendoci la faccia e sporcandosi le mani per trasformare un’intuizione in un risultato concreto. Sulla base almeno di un’ affinità elettiva, certo. Se possibile, anche di una passione e di un talento. L’altro presupposto è di tenore culturale e, inopinatamente, l’abbiamo poi incrociato nelle parole di un certo Amos Oz: “Non ce ne facciamo più nulla della letteratura da piagnistei, (…) ora qui nella nostra terra abbiamo bisogno di una letteratura i cui protagonisti siano personaggi maschili e femminili attivi e non passivi, donne e uomini che non siano stereotipi di maniera ma persone in carne e ossa, dotati di istinti forti e debolezze tragiche”. Questo è l’humus dal quale nasce il Premio Tropea. Fatto per incontrare scrittori, giornalisti, intellettuali che, abitualmente, non si avrebbe l’occasione d’incontrare per tre giorni di seguito nelle dolci serate di luglio. Fatto senza le ridondanze dello show business. Senza i clamori degli altoparlanti sparati a mille. Giocato sul gusto della parola. In una località e in una stagione che propiziano per chiunque il piacere di arrivare fin qui. La formula. “La cattedrale di Notre-Dame – diceva Jean Guitton – è un partito preso da una volontà che ha scelto tra un grande numero di soluzioni egualmente possibili”. Noi, abbiamo composto una giuria tecnico scientifica guidata dalla scrittrice e giornalista Isabella Bossi Fedrigotti e formata dai Rettori delle università calabresi; dal maggiore esperto italiano di editoria, Giuliano Vigini; dal Garante delle Comunicazioni, Corrado Calabrò; da intellettuali come Mario Caligiuri e Pierfranco Bruni; da Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese; da tre rappresentanti dell’associazione promotrice, l’Accademia degli Affaticati. Nella rosa di tre finalisti selezionati dalla giuria, abbiamo immaginato di far scegliere poi il vincitore assoluto a tutti e 409 i sindaci calabresi, affiancati da una giuria popolare della quale fanno parte, anche, studenti delle superiori. Questa combinazione, da un lato ci ha permesso – almeno finora - di realizzare una delle più vaste ed emblematiche campagne per la diffusione della lettura mai ideate in Italia; dall’altro, ci ha regalato delle soddisfazioni per così dire “tecniche” alle quali, alla vigilia, non avremmo osato neanche pensare. Non sarà sfuggito ai nostri osservatori, ad esempio, che Mariolina Venezia, scrittrice lucana sconosciuta fino ad allora al grande pubblico, selezionata nella terna dell’edizione 2007 del Tropea e arrivata seconda dopo Roberto Saviano col romanzo “Mille anni che sto qui”, due mesi dopo con la stessa opera è andata a vincere nientemeno che il Premio Campiello. Né, peraltro, toccherà a noi ricordare che se Roberto Saviano - protagonista del caso letterario più eclatante degli ultimi decenni - è stato in Calabria a parlare davanti ad una platea di ottocento persone, lo si deve al Premio Tropea. Né è superfluo accennare all’allure parigina di un’autrice come Ornela Vorpsi, di cui, credo, torneremo a sentir parlare. E’ rintracciabile dunque, dopo appena due anni di vita del Premio Tropea, anche quella vocazione alla scoperta di talenti. Un premio dove autori ed editori calabresi conoscono i grandi. Dove certo vedrei benissimo scrittori stranieri come Coelho, Houllebecq, Pennac (due anni fa proposi alla giuria un libro del Nobel Orhan Pamuk, l’anno scorso di Muriel Barbery: impossibile averli di persona). Dove vedrei benissimo sindaci come Boris Johnson, artisti come Roberto Benigni, politici come Ingrid Betancourt. Sogno? Si, ma la storia, in fondo, è fatta dai sognatori. Il format del Premio, lo diciamo spesso, è solo un pretesto. Che col suo meccanismo, e, soprattutto nel nostro caso, con il suo coinvolgimento che si traduce in audience, conferisce smalto e mordente all’ obiettivo centrale, che è quello dell’incontro. Un compito di confezionatura che la veste del Premio svolge, non solo al Tropea, ma ovunque. Bella sarebbe la veste del Festival letterario, come negarlo. E c’era pure chi, tra gli amministratori regionali che si sono avvicendati alla guida della politica culturale, aveva l’idea del Festival letterario internazionale tra i suoi “pallini”. Peccato averlo scoperto tardi, ma non troppo per non avanzare candidature. Tutta questa alternanza di preparativi e di festa, di attesa e di risultati, procura in definitiva una gioia enorme. Ma evidentemente ha pure un costo. Quantificabile non solo col sudore e le notti insonni di chi ha lanciato la sfida. Il costo è anzitutto economico ed è qui che, troppo spesso, casca l’asino. Fortuna che qualcuno oggi sembra disposto ad aiutarlo, questo benedetto, povero asino. Perché c’è comunque una mission divulgativa e solo in apparenza elitaria, nel codice genetico tendenzialmente popolare del Premio Tropea. Ci sono un’architettura ed un contesto che identificano come originale il profilo della nostra piccola cattedrale, nello skyline regionale e speriamo anche oltre, con l’aiuto di tutti. E poi, come non fidarsi di Paul Verlaine, che scriveva “il mare è più bello delle cattedrali”?                         *Presidente Associazione Culturale “Accademia degli Affaticati”  

L’IMPEGNO CULTURALE NELL’ESEMPIO DI FRANCESCO FELICE D’AGOSTINO Ricordi, filmati ed emozioni in una serata promossa dall’Accademia degli Affaticati di Pasqualino Pandullo (foto di Anna Sambiase) E’ stata l’Accademia degli Affaticati a ricordare Francesco Felice D’Agostino. E’ stata la realtà culturale alla quale per ultima, in ordine di tempo, il Professore aveva offerto il suo contributo qualificatissimo, ad organizzare in suo onore una serata densa di emozioni e di ricordi. Che hanno evocato, ripercorrendo frammenti della nostra storia, lo scrigno di opportunità che lo stesso D’Agostino ha contribuito a formare. Facendo così, anche, da stimolo per il futuro. Una manifestazione per dare corpo alla quale, sono stati riallacciati alcuni dei tanti fili, e dei tanti contatti umani, che il compianto Presidente della Provincia di Catanzaro aveva attivato intorno a sé. Solo alcuni, certo, ben pochi: ma sicuramente, tra i più emblematici e prestigiosi. Come quello rappresentato dal giudice lametino Marcello Vitale, oggi presidente della prima sezione penale di Corte d’Appello di Roma, magistrato e poeta, uomo di cultura e uomo di legge, conoscitore profondo del panorama letterario non certo, solo, calabrese. Ha avuto un sobbalzo l’alto magistrato quando, nelle immagini ripescate dall’archivio del TG Regionale della RAI e proposte al pubblico del Museo Diocesano di Tropea, ha rivisto intellettuali ed amici come Alberto Frattini. La stessa emozione rivissuta dalla francesista Maria Gabriella Adamo, dell’Università di Messina, mentre sullo schermo gigante passavano le immagini di un Premio Montale ospitato a Tropea nel 1984, con una Maria Luisa Spaziani eccelsa nello spiegare i rapporti tra il premio Nobel e la Calabria. E c’era la professoressa Adamo, accanto alla Spaziani, in quel giugno di ventiquattro anni fa, al Rocca Nettuno. Tutta gente dalla quale era circondato il professore D’Agostino, che aveva trasformato la rivista della Provincia in un’agorà d’incontri per scrittori e poeti: dunque, in occasione di conoscenza per un’utenza stupita e ammirata quanto, forse, ancora inconsapevole. Lo ha spiegato con la consueta passione Giusi Verbaro, fresca di vittoria del Premio Camaiore di Poesia, che a quella irripetibile rivista (l’unica ad aver pubblicato, ad esempio, un’insuperata monografia su Lorenzo Calogero) ha intensamente collaborato. C’è una struttura operante, a Tropea come in altri comuni di quella che fu la provincia di Catanzaro, a testimoniare la mentalità di un uomo che nella sua attività politica aveva trasfuso l’impronta culturale. Ed è il Centro Culturale per le tradizioni e il folklore: è stato Umberto Barone, primo direttore di quel Centro, a parlarne, con l’emozione di chi ricordava anche un amico strettissimo. Queste le testimonianze previste, nella bella serata del 27 settembre 2008, per dire grazie a Felice D’Agostino. Ma c’è stato di più: le parole di Leopoldo Chieffallo, assessore alla Cultura di quella giunta provinciale e poi consigliere ed assessore regionale: “Vi ringrazio – ha detto – per avermi dato questa occasione”. E ancora, le parole di Pina Naso, collaboratrice del D’Agostino presidente, che dopo aver salutato i familiari, ha preso il microfono per dire a tutti: “Ho avuto una fortuna: lavorare per tanti anni con una persona di straordinaria umanità”. Non è stato, e non poteva essere, un ricordo del politico, quello organizzato dall’Accademia degli Affaticati. Saranno altri a tratteggiarne quella dimensione. La nostra Associazione ha ricordato un padre fondatore, ma soprattutto un amico, che non c’è più e che ci manca molto. Che ci ha dato un esempio e tante “dritte”. L’ultima, quella lanciata nel suo ultimo intervento in pubblico, guarda caso, per la presentazione di un libro di poesie (“Storie du burgu” di Antonio Cotroneo, ed. MGE, il 15 marzo 2007, alla Biblioteca comunale) e proiettata in filmato a conclusione della serata: “Partecipate, partecipate sempre ad eventi come questo. La nostra regione ne ha di bisogno!”. Sta a noi farne tesoro.

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