Premio Tropea, secondo round: una notte unica per la cittą
La seconda serata del Premio conquista pubblico, giornalisti e scrittori e consacra Tropea capitale della cultura calabrese

Tropea – L’aria un po’ più fresca e una leggera brezza marina che arriva dal vicino belvedere, posto alle spalle del palco, regalano a Tropea un clima ideale per godersi a fondo la seconda serata del Premio, giunto alla sua seconda edizione. Ed infatti c’è il pienone nella bellissima piazza tropeana del centro storico, dedicata al filosofo tropeano Pasquale Galluppi che certamente – da antico membro nonché fondatore dell’Accademia degli Affaticati – qualora fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato sicuramente un entusiasta sostenitore dell’iniziativa. Pandullo e la Blasi, gioviali e bravi presentatori, guardando dall’alto del palco la platea, la gente vicino alla bancarella dei libri, la folla che guarda la mostra dei quadri e le persone che, passeggiando, si fermano ad ascoltare anche solo per qualche minuto, sostengono che il pubblico è raddoppiato rispetto alla prima sera, che già aveva segnato una ottima affluenza. L’attesa di conoscere il vincitore della seconda edizione è molto alta; sicuramente il pubblico è affascinato dall’idea di avere qualche notizia in più sull’esito finale del voto oppure di carpire – ascoltando i tre scrittori dal vivo - quali sensazioni possano scaturire dal sentirsi candidati a vincere il Premio città di Tropea. Il tempo di un veloce saluto e si comincia; sul palco sale la bella Rossana Colace, attrice e coreografa tropeana di fama nazionale, che con la sua voce ricca di pathos legge uno stralcio del libro “Prima esecuzione” (Feltrinelli) di Domenico Starnone, uno dei tre finalisti, l’ospite più atteso della serata. Rossana lascia il microfono e lo scrittore napoletano, invitato a salire sul palco, sicuramente soddisfatto dalla lettura passionale del suo libro, si accomoda sul salotto nero, quello riservato agli scrittori finalisti. Classico occhiale da intellettuale, barba e capello brizzolato e stile casual, risponde brillantemente alle domande dei presentatori. “Gli scrittori reinterpretano la realtà a loro modo, ‘si ripuliscono’ gli occhi e poi scrivono. In Italia si sta perdendo il gusto di apprezzare un libro scritto non in modo facile, nel senso che oggi sono molto più apprezzati i libri scritti in modo semplice e comprensibile, tali da non ‘stancare’ la lettura. Si tende a evitare di comunicare la difficoltà della scrittura, a farla sembrare semplice. I lettori -
prosegue l’intellettuale napoletano - devono essere educati anche alla ‘difficoltà’ di capire uno scritto”. Sale, subito dopo, Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice, giornalista e presidente della Giuria tecnico-scientifica del Premio che ha selezionato i 3 finalisti. Arriva con un po’ di ritardo direttamente dalla Sardegna. Lei ama il Premio Tropea - nonostante sia un evento giovane e per il momento non del tutto conosciuto a livello nazionale. “La selezione dei finalisti è libera dalle pressioni degli editori – afferma la Fedrigotti che partecipa attivamente a molti altri premi letterari un po’ in tutta Italia. È un premio autonomo e indipendente da ogni logica politica, commerciale o culturale. Al Premio Tropea interessa solo premiare dei bei libri che sappiano trasmettere alla gente sensazioni e valori positivi”. Poi la presidente della giuria si ferma e, con la modestia tipica dei grandi intellettuali, non vuole parlare del suo ultimo romanzo “Il primo figlio” (Rizzoli). Ma stasera a Tropea è la notte delle donne e infatti sul palco sale l’ospite più famosa, Carmen Lasorella, a presentare il suo ultimo libro “Verde e zafferano - A voce alta per la Birmania”. L’elegantissima giornalista di origine lucana, dopo anni alla rai come inviata speciale nonché conduttrice del tg2, oggi è direttore di una tv locale della repubblica di San Marino che presto sarà sul satellite e sarà visibile anche a Tropea. “Questa emittente avrà una mission – dice la raffinata giornalista - i Balcani; si porrà l’attenzione su questa zona d’Europa non del tutto pacificata. Poi si parla del suo libro e dunque si parla di Birmania. “All’Italia del paese asiatico non importa nulla o quasi, se non quando si vedono i morti per strada. E’ per questo che bisogna alzare al voce… per denunciare la brutalità di un regime che viola del tutto i diritti umani e per informare tutti che c’è una popolazione che soffre e che non ha alcun tipo d’aiuto da parte della comunità internazionale”. Per Lasorella l’importanza di informare e la facilità di informare grazie alle tecnologie di oggi sono due facce della stessa medaglia. Niente si deve lasciare all’ignoranza, ma ogni cosa è degna di diventare notizia. Nel libro si parla anche del premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, poiché è stata Lasorella l’ultima giornalista internazionale ad averla intervistata prima dell’arresto da parte del regime. Una donna unica, la San Suu Kyi, che ha lasciato un marito, due figli e una cattedra ad Harvard per ridare speranza alla Birmania, ma che ora è vittima anch’essa di ciò che voleva sconfiggere. Ancora il viaggio, poi, e ancora il reportage d’informazione nella notte tropeana dopo l’intervento di ieri della Vorpsi; con il suo “Vacamondo” (Settecolori), Stenio Solinas, giornalista, reporter in Turchia, Algeria e Gibilterra e scrittore di fama nazionale, ci parla dei reporter che non sono amati dagli editori, perché costano e non rendono, dai direttori dei giornali, perché non sono controllabili, e dai colleghi, perché visti come quelli “sempre in giro a divertirsi”. Ad un certo punto a Tropea si ricorda Cesare Pavese, il mitico scrittore, che fu mandato in confino qui in Calabria a Brancaleone (RC) dal fascismo; sale sul palco Pierfranco Bruni, scrittore, uomo di cultura, esperto di Pavese, nonché membro del comitato tecnico-scientifico del premio Tropea. “Quale legame esiste tra Pavese e la Calabria?” chiede Pandullo. “La Calabria? – risponde Bruni - un incidente politico e storico per Pavese. Lui odiava e amava allo stesso tempo il mare di Brancaleone e dunque la Calabria. Pavese adorava il mito greco e in Calabria lo respirò dal vivo”.
Poi come per la prima sera libri, libri e ancora libri. Quest’anno è il trentesimo anniversario dalla morte di Aldo Moro. Come il Vaticano visse l’evento? Nessun problema – spiega Pandullo – per questo gap storiografico è appena uscito un libro “Parole opere e omissioni” (Rizzoli) di Anna Chiara Valle, cosentina di nascita. Molte le omissioni da parte del Vaticano che aveva già trattato con le BR per Sossi ma fece nulla o quasi per lo statista DC. Moro in un certo senso – secondo la Valle - venne visto da parte della Chiesa come “colui che se la andò a cercare con le sue scelte politiche”. Poi ancora un ricordo – triste, molto triste. 1991, Il giudice Antonino Scopelliti viene ucciso a Campo Calabro (RC). “Morte di un giudice solo” è il libro di Antonio Prestifilippo sul giudice calabrese. Lo scrittore sul palco lo ricorda così, con una breve battuta: “Scopelliti è stato il primo – prima di Falcone e Bosellino - a dire no ai compromessi sul Maxi processo di Palermo contro la mafia. Ma Scopelliti è morto solo, nell’indifferenza totale, mentre per Falcone e Borsellino si è mobilitate tutta l’Italia…” C’è anche una donna sul palco col giornalista-scrittore; è la figlia del giudice Scopelliti, portavoce del movimento antimafia ‘Adesso ammazzateci tutti’ di Locri. “Come ricordi tuo padre?” – domanda Pandullo. “Un padre esemplare - risponde Rosanna - che trovava sempre il tempo per starle vicino. E in questo tempo – solo 7 anni – mi ha trasmesso la forza di lottare contro le ingiustizie e l’amore immenso per la Calabria”. Tornare in Calabria – lei studia a Roma - per lottare contro tutte le mafia è l’unico modo per avere vicino il padre – continua Rosanna - e questo è ciò che farà sempre per tutta la vita anche alzando la voce - come Lasorella fa per la Birmania - se ciò sarà necessario. Poi ancora un altro momento triste ma felice allo stesso tempo perché si ricorda il mitico scrittore vibonese Saro Gambino, scomparso di recente. Lo ricordano affettuosamente Vito Teti, antropologo e da poco assessore provinciale di Vibo alla cultura, e la figlia dello scrittore Marinella. Saro, grande giornalista e bravo narratore di storia e di fatti, non era un tipo sdolcinato. Generoso, non furbo, in altri contesti sarebbe diventato un grande scrittore nazionale. Ma Saro è rimasto in questa terra. La ha onorata e ne ha scritto ombre e luci. Un maestro dalla produzione immensa. Amato da calabresi, ma no dal potere perché anarchico. Teti dice che vuole fare una casa della cultura a lui dedicata per educare i giovani, in maniera semplice e pulita, alla Gambino appunto. E poi Antonio Pugliese ricorda il padre in prigione in Germania nel suo “1943-1945 - Mio padre nel lager”; la Viscone nel suo “La globalizzazione delle cattive idee” parla della assurdità di alcuni aspetti moderni della vita tra moda, costume, malaffare e denaro; la Malferà parla della verità sulla chiesetta di Piedigrotta della vicina Pizzo Calabro; l’imprenditore Limbrandi di Cirò nel suo “Il Gaglioppo e i suoi fratelli” ci parla degli antichi vitigni calabresi e sul modo di come lui li abbia recuperati; la Saccà, insieme con il presidente dei giornalisti di Calabria, Soluri, premia i vincitori della ‘sezione giornalismo’ del Premio dedicato a Federica Monteleone. Insomma libri per tutti e per tutti i gusti. Giusto il tempo di una breve battuta di Pandullo – in calabrese ‘ho paura’ si dice ‘mi Spagnu’ - al console onorario di Spagna, l’elegantissima Cristina Segura Garsia, salita sul palco per parlare un po’ del ‘miracolo’ spagnolo di oggi non solo nello sport ma anche nella politica, nell’economia e nella cultura, e partono i saluti ed un affettuoso arrivederci al gran finale di domenica per decretare il vincitore del Premio Tropea 2008. Il Premio Tropea ha regalato alla sua città una notte magica; mai a Tropea, tra le sue viuzze e i suoi palazzi, si era visto un tale interesse per i libri, la letteratura e l’attualità.
Ultimo aggiornamento ( domenica 06 luglio 2008 )