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| Intervista a Isabella Bossi Fedrigotti |
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di Eduardo Meligrana (“IlQuotidiano”, sabato 31 marzo 2007, pag 11 rubrica “Idee e Società”) Il Premio Nazionale Letterario “Città di Tropea - Una regione per leggere” è un’idea dell’associazione culturale “Accademia degli Affaticati”, dal nome di un’antica istituzione locale cittadina, attiva per quattro secoli, poi scomparsa e rinata nel 2006. Nei giorni scorsi è stata selezionata la terna delle opere finaliste, così composta: “Gomorra” di Roberto Saviano (casa editrice Mondadori), “Donne informate sui fatti” di Carlo Fruttero (casa editrice Mondadori) e “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia (casa editrice Einaudi). La selezione è avvenuta in seduta pubblica nella suggestiva Sala del Museo Diocesano di Tropea ad opera del Comitato Tecnico Scientifico presieduto da Isabella Bossi Fedrigotti, giornalista del Corriere della Sera, scrittrice, vincitrice del Premio Campiello. In occasione del recente soggiorno nella città calabrese per la scelta dei finalisti del Premio Letterario Nazionale “Città di Tropea”, che si svolgerà il 21, 22 e 23 giugno, la scrittrice si è concessa alle domande del “Quotidiano”. Giornalista e scrittrice di prestigio, è stata chiamata a presiedere la giuria della prima edizione del Premio Letterario “Città di Tropea”, promosso dall’”Accademia degli Affaticati”, cosa l’ha spinta ad accettare? “Dico la verità: prima di tutto perché amo il meridione, come, del resto, si conviene a una vera nordica bionda. In secondo luogo perché faccio fatica a dire di no. Terzo, perché il premio letterario mi conduce a stare insieme a persone che conoscono e amano i libri e che sono perfettamente in grado di distinguere uno bello da uno brutto. E questo mi piace”. Che impressioni ha tratto dal suo recente soggiorno in Calabria ed in particolare a Tropea? “Conoscevo già la Calabria, non Tropea, che mi è parsa un luogo incantevole. E poi in Calabria, come spesso nel Sud, si sente una voglia di costruire, di riscattarsi, di aggrapparsi alla cultura come zattera di salvataggio che è contagiosa”. Quale significato attribuisce all’istituzione di un premio letterario in una regione come la Calabria? “Il significato, appunto, di tentare la via della cultura per uscire dall’impasse politica, sociale ed economica nella quale si trova”. Qual è il rapporto, nell’era televisiva ed informatica, con il testo scritto?“Rapporto da uno a dieci, si può dire, in quanto tv e internet si “mangiano” la pagina scritta. Che perciò andrebbe supportata in tutti i modi in quanto più debole ma, insieme, infinitamente, più nutriente e rivoluzionaria”. Quali sono gli autori calabresi che apprezza? “Corrado Alvaro, Vincenzo Padula, Saverio Strati, Carmine Abate”. L’antica “Accademia degli Affaticati” si faceva carico dei problemi generali della città di Tropea. In che modo, oggi, l’impegno personale può assumere una valenza collettiva? “Oggi le possibilità di impegnarsi sono infinite: nella cultura, nel sociale, nell’educazione civica, nel volontariato. Non sono mai azioni isolate in quanto hanno ricaduta collettiva”. Veniamo alla terna dei finalisti del Premio. Quali sono stati i criteri seguiti nella scelta e in che modo verrà designato il vincitore? “Nessun criterio, che snaturerebbe il premio. Ciascuno ha votato i tre libri che gli sono piaciuti di più. Io avevo pregato i giurati, che si sono immediatamente dichiarati d’accordo, di badare solo alla qualità, senza curarci dell’opportunità. Se avessimo scelto tre libri opportuni, il premio sarebbe nato male”. Le opere rimaste in gara quale realtà rappresentano? “Non ci siamo curati nemmeno di questo al momento del voto. Poi, a cose fatte, abbiamo constatato che uno rappresenta una realtà di malavita napoletana, uno di vita contadina in Lucania e il terzo un ampio spaccato di società torinese”. Quali suggerimenti darebbe ad un giovane autore per affermarsi? “Non ci sono metodi, scorciatoie, trucchi miracolosi per affermarsi: l’unica possibilità è scrivere un bel libro”. |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 03 maggio 2007 ) |
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