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Premio Letterario Tropea

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E' NATO GIA' GRANDE QUEL PICCOLO PREMIO La giornalista RAI Carla Monaco rivive per il nostro sito i tre giorni di mare e di incontri trascorsi a Tropea in occasione del Premio Letterario di Carla Monaco Metti una sera a Tropea, sotto le stelle. A chiacchierare fino a tardi, come tra amici, in una piazzetta che è un salotto. Ci si scambiano opinioni sui romanzi, consigli di lettura, ricordi e impressioni. E poi parlano finalmente, con la loro voce, anche gli scrittori. C’è l’intellettuale affermato, ma anche l’autore di gialli e la straniera elegante. Sono in gara, ma non sembra. Perché, solo per essere arrivati fin qui, si sentono già tutti vincitori. Basta il calore della gente, l’interesse che si crea attorno ai libri, il fascino autentico dei luoghi. Ad aiutarli a raccontare chi sono e come hanno fatto nascere le loro belle creature di carta, ci pensano i padroni di casa. Livia e Pasqualino. Con garbo e gentilezza, senza mai alzare la voce. Qui non serve. Le polemiche, non sono di casa. Questo non è lo Strega, né il Campiello. E’ vero. E’ un premio letterario nato da poco, ancora piccolo piccolo, forse è proprio per questo che è così interessante. C’è spazio per la cultura di casa e per quella che viene da fuori, per gli autori calabresi e gli stranieri, per il giudizio dei sindaci e l’opinione degli studenti. In uno scambio che non è mai sterile, mai vuoto. Alla fine, non importa nemmeno chi è il vincitore. Certo, c’è la curiosità, il tifo, l’attesa. Si va via però sempre contenti, a notte fonda, anche se il nostro beniamino non ha vinto. Carichi di libri. Perché, dopo serate così, il bisogno di leggere si fa più urgente. Se non ci siete stati, non potete capire. Si va via con il desiderio di tornare. Per chiacchierare ancora, sotto le stelle di Tropea, in una piazzetta che è un salotto. Nella speranza di vederlo crescere sempre più questo premio, che è nato piccolo piccolo, ma ha già tanti progetti per quando sarà grande.

E' Gianrico Carofiglio il trionfatore della seconda edizione "Ragionevoli dubbi" (Sellerio) stravince con quasi i 2/3 dei voti e lo scrittore dedica il Premio al pubblico tropeano. Tropea - Come era nell'aria già da qualche tempo, il vincitore dellla seconda edizione del Premio è stato il libro dello scrittore pugliese. Ben 221 voti sui 346 raccolti tra i sindaci della Calabria e la Giuria popolare composta da intellettuali e studenti di Tropea. Il terzo classificato è stato Domenico Starnone, "Prima esecuzione" (Feltrinelli) con 58 voti, mentre l'argento è andato alla Vorpsi, "La mano che non mordi" (Einaudi) con 67 voti. Insomma un successo pieno e netto quello del senatore Carofiglio che non lascia spazio a nessun 'ragionevole dubbio' circa le preferenze dei lettori calabresi. Un anno veramente eccezionale questo per l'ex magistrato di Bari: senatore da aprile, scrittore ormai affermato, 2 milioni di copie vendute e adesso anche - e tra gli altri - il Premio Tropea. "Senatore, complimenti! - subito dopo la premiazione - Una domanda per il sito ufficiale del Premio: se l'aspettava?". "Sì - risponde sicuro - avevo la sensazione che avrei potuto battere i miei avversari... io solitamente partecipo per vincere!". Il vicepresidente della regione Calabria Cersosimo consegna il Premio realizzato dal maestro orafo tropeano Tommaso Belvedere e il premio in denaro di 10 mila euro. Carofiglio ha dedicato il premio vinto al pubblico tropeano che ha aspettato con pazienza, educazione ed interesse il termine della serata e, dunque, la proclamazione del vincitore nonostante una lunga interruzione della manifestazione, dovuta ad un problema tecnico. E' stato il presidente nazionale dell'Asmez - che ha raccolto ed elaborato tutti i dati -, Francesco Pinto, a proclamare il podio; Starnone, premiato dal sindaco di Tropea Antonio Euticchio, e la Vorpsi, premiata dal presidente della provincia di Vibo Valentia Francesco De Nisi, hanno comunque ricevuto il premio in denaro di 5 mila a testa - riservato a tutti i finalisti. La terza ed ultima serata del Premio Tropea inizia ancora all’insegna del caldo ma non per questo il pubblico non partecipa all’evento, anzi tutto il contrario. Nella storica piazza tropeana c'è il pienone. E’ già buio quando Pandullo e la Blasi danno un caloroso “benvenuti a tutti” e si incomincia. Si riassume un po’ il lento procedere del premio e i suoi piccoli passi verso la serata di premiazione, il cuore del Premio città di Tropea. Sale la Bossi Fedrigotti, presidente della Giuria tecnico-scientifica, per prima stavolta, e ha qualcosa da dire perché la sera prima ha riflettuto sulla opportunità del Premio Tropea e sul suo valore. “Ogni Premio ha come obbiettivo incitare tutti a leggere dei bei libri e il Premio Tropea in ciò non è da meno rispetto a tutti gli altri premi letterari, anzi lo è di più, perché lo sforzo di incitare alla lettura viene fatto nella regione dove si legge meno in Italia e forse in Europa e, dunque, è un Premio che vale proprio la pena fare, ogni anno!”. Poi ancora la Fedrigotti – testarda sostenitrice della location ‘all’aperto’ del Premio Tropea nel centro storico della città, anziché al chiuso di un teatro - dice che il posto delle serate letterarie è incantevole anche perché la pioggia non ha rovinato i programmi… Poi aggiunge: “E’ una terna di libri finalisti veramente di qualità. Tre libri diversi per tre tipologie di pubblico diverse… Se non fossero stati libri di qualità, allora il Premio non avrebbe avuto il successo che ha avuto… Abbiamo – come giuria che ha selezionato i finalisti – la coscienza tranquilla…”. Poi salgono i tre scrittori finalisti, uno alla volta; la Vorpsi, Starnone e Carofiglio. Il tempo, per ognuno dei tre, di una breve battuta sulla bellezza di Tropea e sulla generosità dei tropeani, sui libri in generale e su Kafka e sul palco salgono i tre rettori delle università calabresi; Latorre (Cosenza), Giovannini (Reggio Calabria) e il delegato alla cultura del rettore di Catanzaro Barni – facenti parte del comitato tecnico-scientifico del Premio che ha selezionato i finalisti. Tre università di eccellenza, in grande spolvero ed in ascesa, che guardano al Nord ma anche al sud dell’Europa, che attirano studenti da tutto il meridione, ma che tuttavia ancora non riescono a frenare del tutto la fuga dei cervelli dalla Calabria. La serata, poi, ad un certo punto si spegne... non nei contenuti ma – come da copione - va via la luce. Si brucia un fusibile e saltano fari e suoni. Lunga pausa in un fresco buio. Quasi un’ora. Ma la gente non si muove, resta al posto, seduta calma ed in silenzio; e aspetta con entusiasmo il ritorno della ‘luce'. Alcuni si alzano… non per andare via ma – cogliendo al volo la propizia occasione - per parlare con scrittori, editori, politici, giornalisti, rettori e intellettuali di ogni tipo... Insomma gente che, tutta insieme, in pochi metri quadri non la si incontra certo tutti i giorni. Poi, finalmente, torna la corrente ma il tutto non è più come prima. Le luci sono più pacate e inferiori di numero… Insomma, non volendo, si crea quell’atmosfera soffusa, quasi romantica, ideale per la proclamazione del vincitore. Giusto il tempo dei saluti e dei ringraziamenti al presidente della provincia di Vibo Valentia, De Nisi, entusiasta sostenitore del Premio, a Domenico Arena, presidente di Confindustria Vibo Valentia, sponsor principale del Premio, a Cersosimo, vicepresidente della regione Calabria, a Domenico Nunnari, vice direttore TGR Rai - la testata giornalistica più grande d’Europa con circa 770 giornalisti -, a Fulvio Mazza (Bottega editoriale), capo ufficio stampa del Premio Tropea, a Maria Faragò, organizzatrice e curatrice instancabile di ogni particolare del Premio Tropea e, infine, sale sul palco Francesco Pinto dell’ASMEZ che decreta il vincitore e mette punto alla seconda edizione del Premio Tropea. Il premio della rinascita e dello sviluppo culturale di Tropea, della provincia di Vibo e dell’intera Calabria.

Premio Tropea, secondo round: una notte unica per la città La seconda serata del Premio conquista pubblico, giornalisti e scrittori e consacra Tropea capitale della cultura calabrese Tropea – L’aria un po’ più fresca e una leggera brezza marina che arriva dal vicino belvedere, posto alle spalle del palco, regalano a Tropea un clima ideale per godersi a fondo la seconda serata del Premio, giunto alla sua seconda edizione. Ed infatti c’è il pienone nella bellissima piazza tropeana del centro storico, dedicata al filosofo tropeano Pasquale Galluppi che certamente – da antico membro nonché fondatore dell’Accademia degli Affaticati – qualora fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato sicuramente un entusiasta sostenitore dell’iniziativa. Pandullo e la Blasi, gioviali e bravi presentatori, guardando dall’alto del palco la platea, la gente vicino alla bancarella dei libri, la folla che guarda la mostra dei quadri e le persone che, passeggiando, si fermano ad ascoltare anche solo per qualche minuto, sostengono che il pubblico è raddoppiato rispetto alla prima sera, che già aveva segnato una ottima affluenza. L’attesa di conoscere il vincitore della seconda edizione è molto alta; sicuramente il pubblico è affascinato dall’idea di avere qualche notizia in più sull’esito finale del voto oppure di carpire – ascoltando i tre scrittori dal vivo - quali sensazioni possano scaturire dal sentirsi candidati a vincere il Premio città di Tropea. Il tempo di un veloce saluto e si comincia; sul palco sale la bella Rossana Colace, attrice e coreografa tropeana di fama nazionale, che con la sua voce ricca di pathos legge uno stralcio del libro “Prima esecuzione” (Feltrinelli) di Domenico Starnone, uno dei tre finalisti, l’ospite più atteso della serata. Rossana lascia il microfono e lo scrittore napoletano, invitato a salire sul palco, sicuramente soddisfatto dalla lettura passionale del suo libro, si accomoda sul salotto nero, quello riservato agli scrittori finalisti. Classico occhiale da intellettuale, barba e capello brizzolato e stile casual, risponde brillantemente alle domande dei presentatori. “Gli scrittori reinterpretano la realtà a loro modo, ‘si ripuliscono’ gli occhi e poi scrivono. In Italia si sta perdendo il gusto di apprezzare un libro scritto non in modo facile, nel senso che oggi sono molto più apprezzati i libri scritti in modo semplice e comprensibile, tali da non ‘stancare’ la lettura. Si tende a evitare di comunicare la difficoltà della scrittura, a farla sembrare semplice. I lettori - prosegue l’intellettuale napoletano - devono essere educati anche alla ‘difficoltà’ di capire uno scritto”. Sale, subito dopo, Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice, giornalista e presidente della Giuria tecnico-scientifica del Premio che ha selezionato i 3 finalisti. Arriva con un po’ di ritardo direttamente dalla Sardegna. Lei ama il Premio Tropea - nonostante sia un evento giovane e per il momento non del tutto conosciuto a livello nazionale. “La selezione dei finalisti è libera dalle pressioni degli editori – afferma la Fedrigotti che partecipa attivamente a molti altri premi letterari un po’ in tutta Italia. È un premio autonomo e indipendente da ogni logica politica, commerciale o culturale. Al Premio Tropea interessa solo premiare dei bei libri che sappiano trasmettere alla gente sensazioni e valori positivi”. Poi la presidente della giuria si ferma e, con la modestia tipica dei grandi intellettuali, non vuole parlare del suo ultimo romanzo “Il primo figlio” (Rizzoli). Ma stasera a Tropea è la notte delle donne e infatti sul palco sale l’ospite più famosa, Carmen Lasorella, a presentare il suo ultimo libro “Verde e zafferano - A voce alta per la Birmania”. L’elegantissima giornalista di origine lucana, dopo anni alla rai come inviata speciale nonché conduttrice del tg2, oggi è direttore di una tv locale della repubblica di San Marino che presto sarà sul satellite e sarà visibile anche a Tropea. “Questa emittente avrà una mission – dice la raffinata giornalista - i Balcani; si porrà l’attenzione su questa zona d’Europa non del tutto pacificata. Poi si parla del suo libro e dunque si parla di Birmania. “All’Italia del paese asiatico non importa nulla o quasi, se non quando si vedono i morti per strada. E’ per questo che bisogna alzare al voce… per denunciare la brutalità di un regime che viola del tutto i diritti umani e per informare tutti che c’è una popolazione che soffre e che non ha alcun tipo d’aiuto da parte della comunità internazionale”. Per Lasorella l’importanza di informare e la facilità di informare grazie alle tecnologie di oggi sono due facce della stessa medaglia. Niente si deve lasciare all’ignoranza, ma ogni cosa è degna di diventare notizia. Nel libro si parla anche del premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, poiché è stata Lasorella l’ultima giornalista internazionale ad averla intervistata prima dell’arresto da parte del regime. Una donna unica, la San Suu Kyi, che ha lasciato un marito, due figli e una cattedra ad Harvard per ridare speranza alla Birmania, ma che ora è vittima anch’essa di ciò che voleva sconfiggere. Ancora il viaggio, poi, e ancora il reportage d’informazione nella notte tropeana dopo l’intervento di ieri della Vorpsi; con il suo “Vacamondo” (Settecolori), Stenio Solinas, giornalista, reporter in Turchia, Algeria e Gibilterra e scrittore di fama nazionale, ci parla dei reporter che non sono amati dagli editori, perché costano e non rendono, dai direttori dei giornali, perché non sono controllabili, e dai colleghi, perché visti come quelli “sempre in giro a divertirsi”. Ad un certo punto a Tropea si ricorda Cesare Pavese, il mitico scrittore, che fu mandato in confino qui in Calabria a Brancaleone (RC) dal fascismo; sale sul palco Pierfranco Bruni, scrittore, uomo di cultura, esperto di Pavese, nonché membro del comitato tecnico-scientifico del premio Tropea. “Quale legame esiste tra Pavese e la Calabria?” chiede Pandullo. “La Calabria? – risponde Bruni - un incidente politico e storico per Pavese. Lui odiava e amava allo stesso tempo il mare di Brancaleone e dunque la Calabria. Pavese adorava il mito greco e in Calabria lo respirò dal vivo”. Poi come per la prima sera libri, libri e ancora libri. Quest’anno è il trentesimo anniversario dalla morte di Aldo Moro. Come il Vaticano visse l’evento? Nessun problema – spiega Pandullo – per questo gap storiografico è appena uscito un libro “Parole opere e omissioni” (Rizzoli) di Anna Chiara Valle, cosentina di nascita. Molte le omissioni da parte del Vaticano che aveva già trattato con le BR per Sossi ma fece nulla o quasi per lo statista DC. Moro in un certo senso – secondo la Valle - venne visto da parte della Chiesa come “colui che se la andò a cercare con le sue scelte politiche”. Poi ancora un ricordo – triste, molto triste. 1991, Il giudice Antonino Scopelliti viene ucciso a Campo Calabro (RC). “Morte di un giudice solo” è il libro di Antonio Prestifilippo sul giudice calabrese. Lo scrittore sul palco lo ricorda così, con una breve battuta: “Scopelliti è stato il primo – prima di Falcone e Bosellino - a dire no ai compromessi sul Maxi processo di Palermo contro la mafia. Ma Scopelliti è morto solo, nell’indifferenza totale, mentre per Falcone e Borsellino si è mobilitate tutta l’Italia…” C’è anche una donna sul palco col giornalista-scrittore; è la figlia del giudice Scopelliti, portavoce del movimento antimafia ‘Adesso ammazzateci tutti’ di Locri. “Come ricordi tuo padre?” – domanda Pandullo. “Un padre esemplare - risponde Rosanna - che trovava sempre il tempo per starle vicino. E in questo tempo – solo 7 anni – mi ha trasmesso la forza di lottare contro le ingiustizie e l’amore immenso per la Calabria”. Tornare in Calabria – lei studia a Roma - per lottare contro tutte le mafia è l’unico modo per avere vicino il padre – continua Rosanna - e questo è ciò che farà sempre per tutta la vita anche alzando la voce - come Lasorella fa per la Birmania - se ciò sarà necessario. Poi ancora un altro momento triste ma felice allo stesso tempo perché si ricorda il mitico scrittore vibonese Saro Gambino, scomparso di recente. Lo ricordano affettuosamente Vito Teti, antropologo e da poco assessore provinciale di Vibo alla cultura, e la figlia dello scrittore Marinella. Saro, grande giornalista e bravo narratore di storia e di fatti, non era un tipo sdolcinato. Generoso, non furbo, in altri contesti sarebbe diventato un grande scrittore nazionale. Ma Saro è rimasto in questa terra. La ha onorata e ne ha scritto ombre e luci. Un maestro dalla produzione immensa. Amato da calabresi, ma no dal potere perché anarchico. Teti dice che vuole fare una casa della cultura a lui dedicata per educare i giovani, in maniera semplice e pulita, alla Gambino appunto. E poi Antonio Pugliese ricorda il padre in prigione in Germania nel suo “1943-1945 - Mio padre nel lager”; la Viscone nel suo “La globalizzazione delle cattive idee” parla della assurdità di alcuni aspetti moderni della vita tra moda, costume, malaffare e denaro; la Malferà parla della verità sulla chiesetta di Piedigrotta della vicina Pizzo Calabro; l’imprenditore Limbrandi di Cirò nel suo “Il Gaglioppo e i suoi fratelli” ci parla degli antichi vitigni calabresi e sul modo di come lui li abbia recuperati; la Saccà, insieme con il presidente dei giornalisti di Calabria, Soluri, premia i vincitori della ‘sezione giornalismo’ del Premio dedicato a Federica Monteleone. Insomma libri per tutti e per tutti i gusti. Giusto il tempo di una breve battuta di Pandullo – in calabrese ‘ho paura’ si dice ‘mi Spagnu’ - al console onorario di Spagna, l’elegantissima Cristina Segura Garsia, salita sul palco per parlare un po’ del ‘miracolo’ spagnolo di oggi non solo nello sport ma anche nella politica, nell’economia e nella cultura, e partono i saluti ed un affettuoso arrivederci al gran finale di domenica per decretare il vincitore del Premio Tropea 2008. Il Premio Tropea ha regalato alla sua città una notte magica; mai a Tropea, tra le sue viuzze e i suoi palazzi, si era visto un tale interesse per i libri, la letteratura e l’attualità.

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Premio Tropea: chi sarà il vincitore dell'edizione 2008? PDF Stampa E-mail
Aumenta la suspance per conoscere chi, tra i tre scrittori finalisti, verrà decretato vincitore.

Domenico Starnone, Prima esecuzione, 2007, Feltrinelli (collana I narratori)

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna? Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo». Marco, 10, 17-18. Un insegnante e la sua domanda: sono stato un cattivo maestro? Forse. È anziano, è fuori dal gioco, però deve “stare agli ordini” di una sua ex allieva terrorista. Ma l’insegnante è lo scrittore Domenico Starnone, che può modificare la storia che sta vivendo. E ci prova. Quanto è veramente libero di far cambiare direzione agli eventi? Domenico Stasi è un anziano ex insegnante, uomo colto, sollecito, impegnato e di apparente pacatezza, «invecchiato facendo non quello che gli andava di fare ma quello che gli sembrava coerente col sentimento che aveva di sé». Quando apprende che Nina, una sua vecchia alunna, è indagata per partecipazione a banda armata, decide di incontrarla per essere rassicurato della sua innocenza. Ma Nina si proclama colpevole e affida a Stasi un incarico delicato: dovrà recarsi in un appartamento abbandonato, cercare una copia della Morte di Virgilio di Hermann Broch, trascrivere una frase sottolineata a pagina 46 e farla avere a un non meglio precisato “contatto”. Con leggerezza, quasi per gioco, Stasi esegue gli ordini. Apparentemente, però, non si tratta affatto di un gioco. Stasi viene convocato dalla polizia, che segue ogni sua mossa; il contatto non si accontenta del messaggio e gli fa recapitare una pistola con la quale dovrà sparare a un importante bersaglio... Un meccanismo inesorabile si è messo in moto. Ma è realmente così? Chi è il professor Stasi? È un assassino? È una vittima? È un innocuo zimbello? Di fatto, lo scrittore è il demiurgo della storia e ne è a sua volta in balia, spaventato, deriso, risucchiato da un’oscura minaccia? L’unica cosa certa è che nessuno può dirsi innocente, che in ognuno di noi è in agguato il “guizzo improvviso di rettile”.

Domenico Starnone (Napoli 1943) vive e lavora a Roma. Ha insegnato a lungo nella scuola media superiore e si è occupato di didattica dell'italiano e della storia (Fonti orali e didattica, 1983). Per "I Classici Feltrinelli" ha introdotto Cuore di De Amicis (1993), Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo (1994) e Lord Jim di Conrad (2002). È stato redattore delle pagine culturali del “Manifesto”, giornale con cui collabora tuttora. Ha lavorato molto per il cinema. Dai suoi libri sono stati tratti i film La Scuola di Daniele Luchetti, Auguri, Professore di Riccardo Milani e Denti di Gabriele Salvatores. Nel 2001 ha vinto il Premio Strega con il romanzo Via Gemito.






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Gianrico Carofiglio
, Ragionevoli dubbi, 2006, Sellerio Editore Palermo (collana La memoria)

Dopo tre anni, ritorna Guido Guerrieri, l’avvocato più celebre dell’Italia letteraria, protagonista anche di questo terzo legal thriller di Gianrico Carofiglio. Sono giorni un po’ difficili per Guido Guerrieri. Margherita, la sua compagna, sta per partire per gli Stati Uniti per un lavoro importante. Una bella soddisfazione per lei, ma Guerrieri si sente morire dentro. Il nuovo caso perciò lo coglie in un momento di abbattimento e di difficoltà. Un detenuto, condannato pesantemente in primo grado per traffico di droga, ha ricusato il suo avvocato e ora vuol nominare lui come difensore. Al primo colloquio in carcere Guerrieri riconosce immediatamente l’uomo. È uno dei picchiatori fascisti che tanti anni prima, quando era un ragazzino, lo aggredì. Ma il detenuto non mostra di riconoscerlo, anzi, sta affidando a lui la sua sorte. L’uomo racconta la sua storia: arrestato con l’automobile imbottita di droga, «convinto» da sconosciuti a nominare come difensore un avvocato che gli ha procurato il massimo della pena, si protesta innocente e ora vuole affidarsi a Guerrieri che gode fama di professionista affidabile. E qui il racconto potrebbe svolgersi sul semplice piano delle indagini e del processo – che sono, inutile sottolinearlo, molto avvincenti – se non fosse per l’antico odio che Guerrieri nutre per il suo assistito e contemporaneamente per la «storia» che nasce con la bellissima moglie e con la figlia, una bambina cui la detenzione del padre ha regalato un sonno pieno di incubi. Guerrieri è innamorato e felice, forse ha sempre desiderato una famiglia così, ma nello stesso tempo avverte tutto il disagio della situazione: proibitiva e non solo per deontologia professionale.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) di professione magistrato, da poco Senatore per il Pd. Per il primo romanzo, Testimone inconsapevole (definito da Corrado Augias «uno dei migliori gialli legali uscito in Italia» e giunto alla 43 edizione), ha vinto alcuni premi letterari: XXVI Premio Città di Chiavari, Premio Città di Cuneo per il Primo Romanzo, Premio del Giovedì Marisa Rusconi, Premio Rhegium Julii e Premio Fortunato Seminara-Opera Prima. Con questa casa editrice ha pubblicato anche Ad occhi chiusi (2003, 34ª edizione), Ragionevoli dubbi (2006, 24ª edizione) e L'arte del dubbio (2007) tradotti in tutto il mondo. Ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Bancarella 2005 con Il passato è una terra straniera. Con il fratello Francesco ha scritto il graphic novel Cacciatori nelle tenebre.







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Ornela Vorpsi
, La mano che non mordi, 2007, Einaudi (collana L'Arcipelago EINAUDI)

«Io e l'aereo non era una storia d'amore. Con la mia attenzione-concentrazione dovevo reggere l'intero aereo. Quella volta che l'ho tenuto su dal Giappone a Parigi, c'è voluto più di un mese per rimettermi dai dolori della cervicale, muscoletto spietato e testardo che si vendicava perché avevo approfittato di lui per quindici ore filate». Esiste una lingua per raccontare lo spaesamento? Tutto parte da un viaggio a Sarajevo: un tuffo nel cuore dei Balcani, generoso e polveroso come nei ricordi d'infanzia. Qui, la pioggia bagna la pelle più in profondità che altrove. La morte è più sorprendente e ha più sapore. Come un assedio, ad ogni passo risuona «l'esperanto balcanico», quel linguaggio inudibile e perentorio che non è possibile lasciarsi alle spalle. Un romanzo vivo, caustico, una scrittura apolide leggera e penetrante come le emozioni di cui si nutre. «Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. È come recarsi a una cena di famiglia e non poter partecipare; si frappone una gelida finestra. Di un vetro bello spesso, antiproiettile, anti-incontro: loro ti scrutano, ti riconoscono, ti fanno dei segni perché tu entri e li raggiunga, pure tu li vedi e rispondi con gli stessi gesti, ma la cena si consuma qui, si consuma così. Dopo poco tempo smettono di invitarti, si stancano, il pollo arrosto gli sorride, il pollo arrosto sfornato al momento giusto è una vera consolazione. Le loro parole sono inudibili. Il loro calore lontano. Tu rimani spettatore».



Ornela Vorpsi è nata a Tirana nel 1968. Ha studiato Belle Arti in Albania, poi, dal 1991, all'Accademia di Brera. Dal 1997 vive a Parigi. È fotografa, pittrice e videoartista. In Italia ha pubblicato Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005; Premio Grinzane Cavour opera prima, Premio Viareggio Culture europee, Premio Vigevano, Premio Rapallo opera prima, Premio Elio Vittorini opera prima), Vetri rosa (Nottetempo, 2006) e La mano che non mordi (Einaudi, 2006)

Ultimo aggiornamento ( giovedì 03 luglio 2008 )
 
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