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LA PENNA DI MARIO CALIGIURI (DOCENTE UNIVERSITARIO DI COMUNICAZIONE, GIORNALISTA, E DI NUOVO SINDACO DI SOVERIA MANNELLI) VOLTEGGIA TRA LE ATMOSFERE E IL BACKGROUND DEL "PREMIO TROPEA"
Di premi letterari in Italia ce ne sono tanti, probabilmente troppi. Ma di Tropea, fascinosa città di mare traboccante di storia, ce n'è una sola. E quando si riesce a coniugare la molteplicità con l'unicità può accadere un piccolo miracolo laico, il cui filo rosso è costituito dalle meraviglie della letteratura. "Il tempo per leggere è sempre tempo rubato", sottolinea l'incipit della frase di Daniel Pennac, che accoglie madames et monsieurs durante le giornate del Premio. E forse noi, contemporanei della voracità di internet, abbiamo bisogno proprio di questo "tempo rubato", sottratto alla vana frenesia di un vivere che ci fa dissolvere senza senso nei giorni. Di un tempo irrimediabilmente altro, sospeso tra il prima e il dopo, che ci riconcili con le cose e con noi stessi. In una Calabria che spesso viene identificata (sempre a torto?) come metafora del peggio, diventa quasi magico ritrovarsi in un luogo incantato, ancora incerto tra passato e futuro, con gli echi delle onde che si infrangono sotto la rupe di Tropea, in una cornice di palazzi seicenteschi che sembrano materializzare le ombre degli antichi inquilini, sovente Cavalieri di Malta e quindi adusi a solcare il Mediterraneo e ad affrontare i venti per incontrarsi e scontrarsi, fondersi e combattersi con saraceni e anche - più spesso - con altri seguaci di Cristo. Ed è stato l'orgoglio di una patria perduta, forse mai pienamente esistita - come l'attuale, peraltro -, quella di un Sud grande e magnifico, con i suoi drammi e i suoi sogni, che è stata scandita per caso - ma esisteranno mai, le coincidenze, mastro Jung? - in queste prime tre edizioni del Premio, che hanno visto sul podio tre scrittori meridionali, da Roberto Saviano a Gianrico Carofiglio e a Carmine Abate, con gli auspici di una Presidentessa di giuria, elegantissima ed eterea e dagli occhi di un dolce pervinca, il cui esordio in letteratura avviene con un romanzo dal titolo evocativo: "Amore mio, uccidi Garibaldi". Solo che l'autrice ambientava in asburgiche atmosfere quella che per decenni è stata invece l'inconfessata intenzione di intellettuali e plebi meridionali che dell'Unità nazionale hanno sperimentato spesso solo il peggio. Ecco, miracoli del genere accadono, quando un giornalista che non si arrende al quotidiano, fa riemergere dal passato, rendendola contemporanea, l'Accademia degli Affaticati, operosa in Tropea durante le Guerre di religione e poi dei fasti dell'Arcadia, e gli affida un compito immane: con la letteratura riprendere slancio e vita, in quel lembo dell'Italia estrema in cui delusione e morte - reale e metaforica – spesso s'intrecciano in un connubio inestricabile e dolente. "La vita o si vive o si scrive" ricorda il disvelatore dell'anima Luigi Pirandello, che non era evidentemente di queste parti, ma non proveniva da troppo lontano, avendo nel sangue contaminazioni ed echi di Magna Grecia, Gran Madre del nostro Occidente, dove il sole indugia nel tramontare. E quello che sta accadendo da tre anni a Tropea sembra dimostrare invece - contraddicendo in modo impertinente l'intuizione del geniale siculo - che “la vita si vive e si scrive”. Non sappiamo mai cosa ci riservi il futuro, sebbene incanti e profezie sembrano offrire indizi precisi finanche sulla fine del mondo. Dal passato, però, quello ancora intatto, non devastato dalla furia degli uomini ma solo dal lento trascorrere dei secoli, sembra emergere una preziosa gemma di futuro: quella di persone che non si rassegnano all'ovvio quotidiano e che osano inventare, sulle ali di una tradizione in quei luoghi sontuosa, un presente diverso, in cui si tenta di diventare migliori. Tutto questo grazie ad un semplice Premio? E ci sarebbe anche dell'altro da raccontare. Ma questa, amici lettori, è ancora un'altra storia.
Mario Caligiuri
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